Burt e Verona aspettano una bambina. Hanno poco più di trent’anni, fanno lavori strambi (lui assicura le assicurazioni, lei fa illustrazioni per lezioni e manuali di anatomia), vivono in una casa senza riscaldamento ma sono molto innamorati. Quando i genitori di Burt decidono di realizzare il loro sogno e andare a vivere in Belgio, i due – che si erano trasferiti in quella sperduta landa del Colorado proprio per stare vicino a loro – non hanno più motivo per restare. E partono. Per un viaggio che li porta a Phoenix, Tucson, Madison, Montreal e Miami. In ogni città faranno visita a famiglie di conoscenti, parenti e amici. Alla ricerca del modello “giusto” da imitare e di un posto in cui sentirsi a casa.

Non tutto è perduto per Sam Mendes. Che con il suo penultimo, magnifico film, Revolutionary road, aveva raccontato il disfacimento di un matrimonio con una ferocia degna di Bergman mentre in Away we go (distribuito in italiano con il pessimo titolo American Life, forse per strizzare l’occhio al grande successo del regista, American Beauty), mette in scena la speranza di una bella coppia di spiantati. “Siamo dei falliti?”, si chiede Verona a un certo punto. Perchè, in effetti, questi futuri genitori dai lavori improbabili non sono per niente l’esempio della famiglia americana “ben riuscita”.

Ma qual è la famiglia perfetta? Di certo, nessuna di quelle che i due vedono girando in lungo e in largo. Un campionario di aberrazioni volutamente macchiettistiche da far accapponare la pelle. Cinismo e rassegnazione a Phoenix, misticismo e demenza new age a Madison, un clan di bambini adottati a Montreal e una madre in fuga a Miami. In realtà, per far durare l’amore e crescere dei figli non c’è nessuna ricetta e la complicità – che si spera durevole – è l’unico ingrediente che serve.

Away we go è un film rapsodico, costruito a episodi. Ogni tappa del viaggio è uno sketch in cui i protagonisti si confrontano con il mondo dei cosiddetti “adulti”. Quelli che hanno già prole e case. Loro, che non sanno neppure dove vivere, sembrano ancora dei bambini (e pure abbandonati dai genitori: scappati quelli di Burt, morti quelli di Verona) un po’ pasticcioni. Ma molto carini. Il film non è compatto, non è un capolavoro, ma è aggraziato come i suoi protagonisti. Che capiscono quanto sia inutile cercare all’esterno un modello “prefabbricato” per l’esperienza più personale che esista (e che, alla fine, tutti sono impreparati ad affrontare).

Uscito negli Usa nel 2009, Away we go è stato per lo più stroncato dalla critica americana. La principale accusa? I personaggi sono privi di psicologia e il loro rapporto va bene perchè – in sostanza – sono due ebeti. Burt e Verona sembrerebbero invece due persone che non comunicano in maniera intellettualistica e non hanno grandi ambizioni o pretese se non quella di essere sereni. Il loro legame amoroso è fondato sull’empatia e sull’ironia (la prima scena, mentre lui le fa un cunnilingus, dice già tutto): perchè due persone che comunicano a un livello epidermico dovrebbero essere deficienti?

Il pancione di Verona, esibito per tutto il film, ricorda un po’ quello di Frances McDormand in Fargo. Anche la poliziotta Marge era un personaggio “semplice” e i pochi tratti che raccontavano il suo rapporto con il marito non implicavano nulla di complesso. Verona è una donna diretta, decisa. Burt un ragazzone serafico. Si vogliono bene. Non è detto che se ne vorranno in eterno. E, per esempio, la scena in cui i due si scambiano promesse “per sempre” (ed entrambi continuano a chiedere all’altro di promettere qualcosa) fa pensare quanto quel “per sempre” sia difficile da portare a termine. Però, loro, di sicuro ci proveranno.

Unico punto debole, il finale. Affrettato e un po’ scontato, aggiunge al film quell’eccesso di zuccheri che per un’ora e mezza viene sapientemente evitato. Attenti alle musiche: anche se sembra, non canta Nick Drake (ma Alexi Murdoch).

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