È il terzo anno di fila che vengo al Mei, più che altro per accompagnare amici che non c’erano mai stati. Da qualche anno è diventato Meeting degli indipendenti. Evidentemente Meeting delle etichette indipendenti non ha più molto senso nel momento in cui di etichette presenti ce ne sono ben poche. Ricordo nel 2008 di avere incrociato (e lasciato ovviamente materiale) diverse case tra le quali la mitica Cramps Records. C’erano anche parecchie radio, associazioni che promuovevano concorsi per gruppi emergenti (anche se ci sarebbe da aprire un capitolo a parte sull’utilità e serietà dei suddetti)…”C’è crisi”, si dice in questi casi. Non solo economica, aggiungerei…

Sabato 27. Entro nel padiglione A e subito noto sulla destra un palco aperto ai cantautori. Quest’anno il Mei promuove un’iniziativa molto interessante chiamata ‘La leva cantautorale degli anni Zero’, nome di Vascobrondiana memoria e infatti rispetto agli anni passati ci sono diversi concorsi rivolti a questa forma musicale. Questo a mio modo di vedere – e qui apro una piccola parentesi -, è dovuta al particolare momento storico in Italia, dove i cachet sono sempre più bassi e le istituzioni fanno di tutto per mettere i bastoni tra le ruote agli artisti, con lo scarso investimento nella cultura e le limitazioni ai locali (basti pensare che in posto sperduto come il Carroponte a Sesto San Giovanni, al concerto degli Afterhours, era presente un solerte funzionario del comune con rilevatore di decibel). Così si predilige una forma più economica e meno ‘rumorosa’. Tra l’altro anche in fondo al padiglione ci sono gruppi che suonano, a testimonianza della scarsità di operatori del settore.

Da segnalare comunque due stand di Radio Rai che raccolgono demo per contest radiofonici, Libellula Booking che NON raccoglie demo, Live-Mi con l’onnipresente Red Ronnie e Amnesty International.
Camminando tra i vari stand mi imbatto in quello della Siae, dove un tizio infervorato sostiene la causa del formato cd a discapito dell’odioso mp3. Dietro un discorso di qualità audio si cela il messaggio: comprate i cd e non scaricate illegalmente. Tutto giusto per carità, ma sentir impartire lezioni da loro fa quantomeno sorridere…

La maggior parte delle etichette presenti non è lì per ricevere materiali da speranzosi gruppi emergenti (probabilmente perché devono ancora smaltire quello degli anni precedenti), ma per vendere il proprio, spesso a scopo benefico. Questa cosa mi è sempre piaciuta del Mei, ci sono realtà che puntano a coniugare qualità e impegno e infatti investo i miei 10 euro in una bella compilation che raccoglie il meglio del panorama indipendente italiano (in mp3 per farci stare tutti i pezzi, alla faccia dei puristi). Decido di lasciare materiale a qualche associazione, saluto dei ragazzi che ho conosciuto via web nel corso del tempo, ed esco a bermi un bel bicchiere di vino coi miei compagni. Ecco l’aspetto culinario è uno dei motivi per cui fa sempre piacere partecipare a manifestazioni di questo tipo, a prescindere da pregi e difetti.

Il padiglione B rispetto agli altri anni non presenta quasi più stand di strumenti musicali, ce n’è qualcuno di accessori come pedalini, corde ed altro… Alcuni espositori sono stati trasferiti al palazzo delle esposizioni. Non scarseggiano invece cd, vinili e fumetti. Ci sono anche web tv e web radio che intervistano i gruppi e mandano in onda videoclip e live, tra cui la radio dello storico concorso Rock Targato Italia.

Dopo il tour tra i vari stand decidiamo di concentrarci sui concerti. Questo secondo me è un aspetto critico: ci sono diversi tendoni in cui si alternano gruppi a partire dalle 11.30 del mattino. Personalmente penso che il fatto di suonare al Mei sia mitizzato da parte dei giovani che arrivano sperando di trovare una situazione in cui farsi ascoltare e conoscere, ma nella maggior parte dei casi si imbattono in orari improbabili, con un’acustica anch’essa improbabile, con un sound-check pressoché inesistente; succede così che è molto difficile che una band seppur valida possa farsi conoscere. Secondo me l’ideale sarebbe chiamare meno artisti, ma farli esibire in condizioni tecniche e orari più consoni, ma evidentemente una macchina che produce notevoli entrate per un’intera città ha bisogno di richiamare a sé quanta più gente possibile.
Difficile quindi essere colpiti da un gruppo in particolare, anche se mi preme segnalare l’iniziativa dell’associazione Indiependulo, che ha portato sul palco del tendone E parecchi artisti scelti nientemeno che dai Calibro 35 (sabato) ed Emidio Clementi dei Massimo Volume (domenica), due delle realtà italiane più rappresentative (non solo nel Belpaese).

A fine serata tiro le somme della giornata e penso che una volta era un luogo più favorevole alla giovane arte, quella capace di infilarsi fra le piaghe dell’emarginazione e dell’indifferenza grazie alla forza del riscatto e alla tenacia di molti ragazzi. Forse tornerò il prossimo anno, spero ancor più speranzoso. Ma non deluso.

Appunti di Massimiliano Bolzani


IMPRESSIONI DI UN CANTAUTORE IN GITA

di Giacomo De Rosa

Ho letto l’articolo sul MEI 2010 con l’avidità di chi trova un appiglio inaspettato a una propria opinione e pensa rinfrancato: “Ma allora non sono così scemo!“.

Mi presento, innanzitutto: sono un cantautore ventisettenne, in arte noto come il Dero, ho avuto già esperienze come finalista di contest e concorsi (Zerolimits ON di radio 105, Premio Lunezia di Aulla e altro) ma fino ad ora non mi ero ancora rapportato da vicino con la realtà della scena indipendente.

D’altronde, in questo mestiere bisogna provare a bussare a tutte le porte: così, armato di cd e curriculum, sono partito in treno all’alba di sabato 27 novembre diretto in quel di Faenza. Con un po’ di emozione, quella che ti fa dire “finalmente vado a vedere cos’è il MEI“.

Vado dritto al punto, nella convinzione che è meglio un’opinione cruda e sincera, per quanto dura, che una sfumata tra mille distinguo per paura di offendere: sembrava la sagra della salsiccia.

Nulla da dire sull’iniziativa in sé: certo, i padiglioni per concerti erano un po’ dispersivi, ma nel complesso davano almeno un’idea di vitalità. C’erano anche stand di concorsi e contest interessanti, una buona presenza della Rai, conferenze, ospiti, iniziative interessanti.

Ma se si parla di meeting delle etichette indipendenti… allora qualcosa non quadra.

Ho parlato praticamente con tutte le etichette presenti, presentandomi e lasciando una demo. C’è chi mi ha ascoltato e c’è chi ha fatto finta di farlo, ma questo fa parte del gioco; c’erano professionisti e meno professionisti; c’erano stand scalcinati e stand ben organizzati. Insomma, un buon campione rappresentativo.

L’impressione che ne è derivata, però, è stata desolante: davvero, mi sono chiesto, questo è il leggendario mercato indipendente che scopre talenti da sbattere in faccia alle major cieche e avide, questa è la scena da cui sono partiti molti grandi nomi della nostra musica, questo è l’humus da cui sono spuntati molti meravigliosi fiori?

Qualcosa non va: quello che ho visto io è una fiera di paese, un mercato piccolo, autoreferenziale, distratto e perlopiù scalcinato: appunto, una sagra della salsiccia. Con l’aggravante che alla sagra della salsiccia ci compri cose da mangiare, non arte.

Io – e sottolineo io, perché come tutte le impressioni anche questa è soggettiva – ho visto il mercato della crisi, dell’esitazione, della paura.

E pensare che mi ero quasi illuso di trovare talent scout interessati a produrre nuovi musicisti! Invece, come mi è stato rivelato da alcuni ragazzi molto gentili a cui mando i miei migliori auguri, nessuno degli indipendenti ha i soldi per produrre i dischi: al massimo si fa un coinvestimento, ma la cosa migliore è puntare su chi ha già un album pronto (che per fortuna è il mio caso, ma penso a molti talenti spiantati che andranno persi…) e vedere che si può fare.

Io, ribadisco, sono un neofita dell’ambito indipendente.
Ma vorrei porre un interrogativo: ha senso un mercato discografico che non produce dischi? Ha senso un talent scout che lascia andare a spasso i talenti perché non ha i fondi o la voglia di seguirli?

Insomma: siamo sicuri che non ci sia qualcosa di sbagliato in tutto questo? Non ha senso fare gli indipendenti e gli alternativi giusto per il gusto di opporsi alle major: va bene la passione, va bene la ribellione, ma ci vuole anche la concretezza, altrimenti possiamo chiuderci nel nostro garage a suonare ed autoconvincerci di essere i più bravi del mondo. Ma se suono e canto è per confrontarmi con gli altri, per trasmettere a quante più persone possibile le mie idee, le mie emozioni, le mie creazioni! Non per isolarmi in un culto del piccolo, del minimale, dell’autoreferenziale.

Io ero andato là per proporre e cercare progetti concreti.

E, invece, al MEI ho visto solo l’aleatorio, l’incerto, il volatile; di nuovo: la Paura.

In conclusione della mia gita, confesso, mi è preso un po’ di sconforto: dubito veramente che la mia strada di emergente-che-tenta-di-emergere possa passare da realtà così piccole e chiuse. Tanto vale buttarsi invece sul live e sui contest, anche su quelli truccati, perché in ogni caso il nome inizia a girare.

Tuttavia, è stata un’esperienza che rifarei: uscire e confrontarsi, “nella strada per conoscere chi siamo”, come cantava Gaber, è fondamentale per chi fa – o vorrebbe fare – questo mestiere. Anche per accorgersi di come stanno le cose, e magari intristirsi un po’.

Appunti di Giacomo De Rosa – Il Dero