di Alessandro Pezzella*

Il tema della valutazione delle Università è ampio e complesso e include elementi di retroazione; è quindi velleitario poter pensare anche solo di accennare a criteri e modi di attuazione nelle poche righe di un post. La stessa considerazione dovrebbe però, per onestà intellettuale, precedere la pletora di classifiche rilanciate in questi mesi dalla stampa e dai tanti “ospiti politici” della arena perenne del bailamme politico che è ormai la televisione.

Non abbiamo assistito a questo negli ultimi anni, tutt’altro. Da ogni voce il rilancio mediatico si è focalizzato su classifiche presentante come assolute, quando invece chiaramente strumentali e comunque funzionali alla tesi da sostenere: l’Università italiana non funziona e in particolare le università del centro sud sono “le peggiori”. Spesso infatti le valutazioni passano attraverso elementi se non estranei certo non propri di quanto si asserisce di valutare.

In Italia in particolare esiste un problema di ordine mediatico, le tabelle e le classifiche pubblicate sui giornali di questo e dello scorso anno suggeriscono una inefficienza degli Atenei meridionali, influenzando notevolmente le scelte di tanti giovani al momento dell’iscrizione all’Università.

Notizie così presentate contrappongono gli Atenei tra loro non sulla base di qualità di ricerca e didattica ma in funzione della loro provenienza geografica, creando ulteriori pericolose spaccature in un contesto in cui le differenze socio economiche tra nord e sud sono già fin troppo profonde.

La Federico II – Ateneo plurisecolare, generalista e di riferimento per l’intero sud-Italia – con la sua collocazione in classifiche italiane ed internazionali – può utilmente servire alla dimostrazione di come e quanto possa essere condizionante la scelta di criteri di valutazione mal centrati… Tanto più quando dalla valutazione discende come conseguenza concreta l’attribuzione di risorse, come recentemente introdotto dal Ministero per l’assegnazione della quota premiale del 7% del FFO (Finanziamento ordinario delle università).

Si ponga la domanda: qual è la “qualità” dell’Università di Napoli Federico II?

L’Ateneo fridericiano risulta essere:

– la migliore Università italiana in assoluto se si usa come parametro il cosiddetto Citation per Faculty (numero di citazioni per docente), indicatore utilizzato a livello internazionale per misurare la produttività e la qualità scientifica di un Ateneo;

– tra le ultime Università di Italia se si usa come parametro il numero di pasti erogati, gli alloggi e le strutture per studenti (La Repubblica, Censis – Università: La grande guida a.a. 2007/08)

Al variare dei parametri usati per misurare la qualità degli Atenei, si possono avere classifiche molto diverse tra loro. Lo studio della qualità degli Atenei è chiaramente un tema complesso che non a caso ha nel mondo quasi mezzo secolo di studi alle spalle, mentre si è affacciata in Italia solo da circa un decennio (in pratica dalla riforma “3+2”).

Nelle classifiche dei piu noti istituti internazionali di valutazione:

QS network

Times Higher Educations

Shanghai Jiao Tong University

Higher Education Evaluation & Accreditation Council of Taiwan

Consejo Superior de Investigaciones Científicas Espana

l’Università di Napoli Federico II compare sempre tra le prime 10 migliori italiane, utilizzando anche differenti composizioni di parametri che mirano a valutare aspetti legati sia alla ricerca (numero di pubblicazioni, impact factor ed altri indici bibliometrici, premi, brevetti,…) sia alla didattica (offerta didattica, rapporto studenti/docenti,…).

Per contro da qualche anno i quotidiani Sole 24 ore e La Repubblica, in collaborazione con il CENSIS, elaborano annualmente proprie classifiche delle Università italiane basate su parametri completamente differenti da quelli utilizzati nella maggior parte dei rankings internazionali, soprattutto legati a vari tipi di servizi, (completezza del sito web, alloggi e borse di studio per gli studenti, mense, strutture sportive…) dove l’Università di Napoli Federico II occupa in genere posizioni di centro o bassa classifica (La Repubblica, Censis – Università: La grande guida a.a. 2007/08).

Di fatto utilizzare nei ranking solo parametri che riflettono i servizi (pagati principalmente con le tasse di iscrizione e con finanziamenti che gli Atenei riescono a recuperare con vari enti locali), sposta la valutazione, dalla struttura universitaria alle condizioni socio economiche in cui opera l’Ateneo.

Ma se la valutazione di un Ateneo è quindi materia complessa e risente fortemente dalla scelta dei parametri, come il Ministero tiene conto di quanto mostrato e lavora per l’assegnazione della quota premiale del 7% del FFO ?

A tal fine lo scorso anno sono stati utilizzati due insiemi di parametri, che intendono focalizzare rispettivamente la ricerca (I, per il 67%) e la didattica (II, per il 33 %). Più precisamente:

I) Valutazione della ricerca (complessivamente per il 67%). In tale ambito i parametri sono:

a) Qualità della ricerca in base a parametri internazionali (50%)

b) Capacità di attrarre finanziamenti europei per la ricerca (30%)

c) Numero di ricercatori impegnati in progetti di ricerca (20%)

II) Valutazione della didattica (complessivamente per il 33%). In tale ambito i parametri sono:

d) Numero di laureati che trovano occupazione in 3 anni (20%)

e) Numero di corsi coperti da docenti di ruolo interni (20%)

f) Numero di studenti che si iscrivono al secondo anno con 2/3 dei CFU (40%)

g) Possibilita’ di acquisire con questionari le valutazioni degli studenti (20%)

La scelta è politica, e attraverso la scelta dei parametri appunto si è deciso quali aspetti della vita universitaria premiare, e di conseguenza quali Università premiare.

Molti parametri dipendono fortemente dal contesto socio economico in cui opera ciascun Ateneo, come i punti d) e f), e su cui i singoli Atenei hanno nessuna o poca capacità di intervento. Se un laureato del meridione di Italia non trova occupazione nel giro di pochi mesi è colpa del corso di laurea frequentato o della scarsa offerta di lavoro presente nel territorio? (Rapporto SVIMEZ 2008 sull’economia del mezzogiorno). Oppure, in una terra da sempre afflitta dalla disoccupazione, non è maggiormente probabile che un giovane diplomato, pur non essendo pienamente motivato, si iscrive comunque all’Università per cercare di ottenere un titolo migliore e dopo un anno abbandona gli studi? E poi, in un tessuto sociale ricco e produttivo non è più facile per le Università ricevere finanziamenti da enti pubblici e fondazioni di vario tipo per i servizi agli studenti, migliorandone il rendimento?

Relativamente al punto b) bisogna poi ricordare che quasi tutti i fondi europei sono rivolti a temi di ricerca di carattere tecnico/scientifico (il VII programma quadro) e cio’ avvantaggia maggiormente le Università a vocazione tecnologica come i Politecnici, penalizzando quelle “generaliste” e danneggiando irrimediabilmente quelle specialistiche a vocazione umanistica.

Da quanto detto emerge come i parametri utilizzati dal Ministero riflettano non solo dal comportamento più o meno virtuoso delle Università, ma anche il contesto socio-economico in cui esse operano. La conseguenza naturale della scelta di questi parametri è stata che Atenei che operano in società ricche e produttive hanno avuto maggiori finanziamenti, mentre quelle che operano in un contesto socio economico più debole sono state ulteriormente penalizzate. Tutto questo nonostante gli eccezionali, e spesso impopolari, sforzi di razionalizzazione della spesa compiuti dalle Università per rispettare i vincoli di bilancio e nonostante la qualità internazionalmente riconosciuta dei loro docenti e ricercatori.

Ben vengano le intenzioni di premiare gli Atenei virtuosi, ben vengano sempre, ma una classifica che classifica i componenti di una comunità soprattutto in base alla geografia, fa chiaramente capire che il meccanismo utilizzato per distribuire il FFO alle Università deve essere parecchio “migliorato”.

*Rete29Aprile