La notizia ha già fatto il giro del mondo: Julian Assange è stato arrestato in Inghilterra per un presunto stupro consumatosi l’estate scorsa in Svezia.
Il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, nel dirsi soddisfatto del risultato, lo ha rivendicato come un successo della diplomazia internazionale: «Era ora, per fortuna l’accerchiamento internazionale ha avuto successo».

La dichiarazione del nostro ministro degli Esteri è di inaudita gravità e tale da rendere indispensabile che Frattini riferisca immediatamente in Parlamento sull’accaduto e, probabilmente, che rassegni le sue dimissioni.

Julian Assange è, allo stato, un cittadino australiano, che si è consegnato alla giustizia inglese perché destinatario di un mandato di cattura emesso in relazione ad un presunto episodio di stupro che si sarebbe consumato in Svezia la scorsa estate.
Niente di tutto ciò legittima l’operazione di “accerchiamento internazionale” che secondo le parole del nostro ministro avrebbe consentito di pervenire a tale risultato.
Sul punto, pertanto, è innanzitutto necessario che il ministro sia, senza ritardo, chiamato a riferire in Parlamento perché chiarisca se davvero l’Italia ha preso parte a questa manovra di “accerchiamento internazionale” ed in cosa tale operazione sia consistita.

In una pressione sulle Autorità britanniche? In un lavoro di intelligence? In indebite pressioni su soggetti economici affinché chiudessero l’ossigeno a Julian Assange?

Non c’è nessun dubbio che i cittadini italiani abbiano diritto di conoscere la verità sull’attività di “accerchiamento” cui il nostro Governo avrebbe preso parte e sarebbe davvero il colmo se dovessero apprenderla attraverso nuovi cablogrammi diffusi da Wikileaks.
A Julian Assange, sin qui, non è stato contestato alcun reato tale da legittimare, alla stregua del diritto internazionale, l’accerchiamento del quale parla il ministro ed in assenza delle accuse di stupro provenienti dalla Svezia, il fondatore di Wikileaks, sarebbe un uomo libero e innocente sino a prova contraria.

Persino lo statuto della corte penale internazionale, prevede, che a quanti si macchino di orrendi delitti quali crimini di guerra, genocidi o crimini contro l’umanità, sia riconosciuto il diritto ad un giusto processo che, naturalmente, inizia con un’accurata fase di indagini e, quindi, con la formalizzazione di uno o più capi di accusa.
Che Assange ed i suoi abbiano torto o ragione, non è dubitabile, che, l’ordinamento internazionale, riconosca loro il diritto ad un giusto processo, privo di ingerenze politiche.

Se, pertanto, la comunità internazionale – Italia inclusa – ha promosso un’azione di “accerchiamento internazionale” nei confronti di Assange ha dato vita ad un’attività di “persecuzione”, per ragioni, evidentemente, politiche, rendendo configurabile – almeno a livello di tentativo – quello che proprio l’art. 7 dello Statuto della Corte Penale internazionale, qualifica come un “crimine contro l’umanità”.
Ci troveremmo, dunque, dinanzi ad una diplomazia internazionale che punta l’indice contro Assange e lo definisce un “criminale” pur senza avere il coraggio di formalizzare, nei suoi confronti, nessuna accusa, rendendosi, così, rea – lei si – di un crimine contro l’umanità.

In assenza di chiarimenti, pertanto, allo stato, il ministro degli esteri italiano, avrebbe rivendicato la possibile commissione, da parte della comunità internazionale, di un’attività di persecuzione politica, vietata dal diritto internazionale.

Le dimissioni del ministro degli esteri sarebbero un atto dovuto.

Si tratta di una vicenda che non può essere lasciata passare in sordina soprattutto perché, come ho già scritto, il reale obiettivo della diplomazia internazionale non è – né può essere – Julian Assange ma, invece, il diritto a sapere di tutti, contrapposto al preteso diritto al segreto di pochi.

Sono le regole dell’informazione del XXI secolo che, in queste ore, si stanno trascinando sul banco degli imputati e contro le quali si sta celebrando un ignobile processo politico, iniquo ed ingiusto che, peraltro, non risponde all’interesse dei cittadini ma solo ed esclusivamente a quello di un nugolo di uomini che, sin qui, ha amministrato la cosa pubblica, utilizzando il segreto come strumento di potere.