La speranza di un contraddittorio, tanto di moda nelle invocazioni del centrodestra vicino alla crisi, dura tre minuti. Giusto il tempo della telefonata del premier a Ballarò. Berlusconi chiama, promette che risponderà alle domande di Floris, poi attacca – “siete dei mistificatori”, “la solita arroganza”, “la Rai non è sua” –  e infine riattacca. Floris incassa, ringrazia e commenta: “Se uno non mantiene la parola data sono affari suoi”.

Già, la parola del premier e l’emergenza rifiuti. Mentre Berlusconi pensa alle contromosse pratiche, (ma soprattutto politiche, con l’annuncio della chiamata in piazza prima del voto di fiducia) e l’opposizione grida al bluff, a Napoli ha piovuto a dirotto per giorni. I rifiuti per strada si moltiplicano e, con la pioggia, aumenta pure il percolato, che scorre a fiumi lungo le strade della città, tra le montagne di sacchetti abbarbicati sui palazzi. Dal centro alla periferia, dalla città alla provincia: le pozzanghere puzzano più del solito. Un odore strano, putrescente. “S’è so’ rotte ‘e saittelle” dice un venditore ambulante. Sostiene che le fogne non reggono. Ma non è così. La verità è che ora la munnezza è pure liquida, metafora di un Governo che sul presunto miracolo dei rifiuti aveva costruito la sua immagine vincente. E ora soccombe sotto i sacchetti di Napoli, dove si sta consumando una faida violenta tra i legionari del Premier. «Abbiamo tolto i rifiuti in 58 giorni, ed entro tre anni – speriamo due – usciremo definitivamente dall’emergenza rifiuti». Quel 18 luglio 2008, Silvio Berlusconi non spiegò bene cosa ci sarebbe stato dopo quella che per lui era “l’uscita definitiva dell’emergenza”: il baratro.

Rifiuti in discarica, milioni in fumo. Mai nessun commissario aveva avuto i poteri in deroga affidati a Bertolaso per risolvere definitivamente la questiona campana dei rifiuti. La ricetta era semplice: dotare la regione degli inceneritori sufficienti, delle discariche necessarie fino alla costruzione degli impianti, di un piano di raccolta che aumentasse la percentuale di differenziata. Fu chiamato persino l’esercito per garantire la sicurezza dei siti. Nel silenzio colpevole di buona parte dei media, furono pure esautorate le Procure e depotenziate le forze dell’ordine (che non potevano entrare in impianti definiti per legge “siti di interesse strategico nazionale”). Pieni poteri e ampia discrezionalità, nelle scelte e nella spesa. Così, in due anni il ciclo dei rifiuti in Campania ha divorato un altro miliardo di euro. Forse qualcosa in più, perché i rendiconti ufficiali restano rigorosamente chiusi nei cassetti. Ma è certo che oltre 500 milioni sono serviti per le discariche, tra costi di allestimento, gestione e chiusura. Altri 200 per i militari. Novanta sono stati spesi per completare i lavori all’inceneritore di Acerra, di proprietà della FIBEImpregilo – sotto processo a Napoli proprio per gli appalti sui rifiuti – e gestito dai lombardi di A2A. Secondo le stime la B2, Betolaso e Berlusconi, ha bruciato tra i rifiuti campani risorse pari almeno alla metà di quel che era stato speso dal 1994 al 2008 e che aveva fatto gridare allo scandalo. Nulla, se avesse consentito la risoluzione del problema. Invece, a dicembre di un anno fa Bertolaso, nonostante i segnali evidenti di un fallimento stigmatizzati pure da alcune inchieste giornalistiche, mollava tutto annunciando che l’emergenza era ormai alle spalle. Alla stampa estera convocata d’urgenza il 18 novembre 2009 a Terzigno, Bertolaso spiegò pure che “le discariche aperte hanno una capacità residua di 8 milioni di tonnellate”. Le stesse cifre furono snocciolate davanti ai parlamentari europei in missione. All’estero le “palle”, a Napoli le “balle”: era un bluff e la munnezza per le strade, oggi, lo svela. La macchina della propaganda doveva proseguire dritto per la sua strada. Quella del fango arriverà un anno dopo.

Il generale dicembre. «È un modello che si ripropone e che permette di avere crisi continue e, con queste, mani libere per imporre scelte e appalti»: Raffaele Del Giudice, direttore di Legambiente Campania, spiega da tempo il concetto di “emergenza indotta” nella vicenda dei rifiuti. La situazione attuale, così come altre in passato, è funzionale a un disegno ben preciso: far digerire scelte impopolari e, con queste, affidare i lavori a imprese amiche. Finché, però, si è trattato di attrezzare i primi fossi per fagocitare i rifiuti, la gioiosa e costosa macchina da guerra della B2 è riuscita a garantire tutti gli equilibri delle forze in campo: politici, finanziari, imprenditoriali e criminali. Ma il vero business è quello degli inceneritori. Lo avevano capito pure i Casalesi, che avevano puntato su quello di Santa Maria la Fossa tanto sostenuto da Nicola Cosentino, l’ex sottosegretario su cui pende una richiesta d’arresto per associazione mafiosa. Un impianto ancora previsto dalla legge 123 del 2008, quello che definiva la road-map di Bertolaso, e che nessuno ha formalmente cassato. Per ogni inceneritore il giro di affari è enorme, l’occasione è ghiotta: 300 milioni di euro per la realizzazione, 50 milioni all’anno per la gestione ventennale (ad Acerra è il doppio, ndr).

Si tratta del più grande investimento produttivo del secolo in Campania. Soldi, tanti soldi da saziare intere generazioni: di politici, di finanzieri, di imprenditori e pure di camorristi. «La verità è che questi pensano sempre e solo a fare il grande affare, non più a fare politica» tuona un anziano consigliere “azzurro” di un comune della provincia di Napoli. Un portatore di tessere e voti, uno che in Forza Italia ci è entrato da subito e da sempre frequenta le stanze dei bottoni del partito di Berlusconi. Insomma, uno che c’era e c’è. Uno che sa. Mentre a Napoli aumentano i sacchetti, tanto che ormai si contano a metri lineari e non più a peso, i maggiorenti del PDL campano litigano come fiere attorno alla carcassa dell’ultimo ghiotto pasto disponibile. Mara Carfagna ha provato a porre un argine, chiedendo che la gestione delle gare e degli impianti venisse affidata al Governatore Caldoro, in qualità di commissario. Il Consiglio dei Ministri sembrava avesse scelto quella linea, salvo poi fare un passo indietro dietro le minacce di Cosentino e i suoi fedelissimi: o i poteri restano alle province, cioè nelle mani di Edmondo Cirielli e Luigi Cesaro o si torna tutti a casa. Subito, a dicembre, come nel 1994.

Un’ipotesi suggestiva, se solo si pensa che sul capo di chi la minaccia pende una richiesta di arresto congelata dall’immunità parlamentare. La più classica delle mosse disperate, che da sola basterebbe a spiegare la portata di una partita che si sta giocando sull’asse Napoli-Roma e che tremare i palazzi e rischia di mettere sotto scacco il Premier. Dal canto suo, la Carfagna quanto a velati ricatti nemmeno scherza. Quell’annuncio di dimissioni da parlamentare non è poi così candido come sembra: al suo posto, subentrerebbe Luigi Muro, ex sindaco di Procida in quota AN. Finiano. Lasciando il suo posto in Parlamento, la bella Mara in un sol colpo segherebbe le gambe al Governo ritagliandosi pure un ruolo da leaderina, linda e pinta, del partito che verrà. Perché, sullo sfondo affaristico, si staglia pure la vicenda dei congressi regionali e di uno statuto, quello varato dal Partito del Premier, che prevede l’elezione dei segretari solo con l’appoggio del 75 per cento dei delegati. In caso contrario, sceglierà il Capo: come nel “ventennio”. Solo che, stavolta, la ‘dittatura’ sembra arrivata davvero al capolinea dopo appena 16 anni. Proprio a Napoli, medaglia d’oro al valor militare, prima città in Europa a insorgere contro i nazi-fascisti.

E proprio sui rifiuti, su cui pure iniziò a scivolare il Governo Prodi prima che Mastella staccasse la spina. Sacchetti, che diventarono poi il predellino maleodorante su cui Berlusconi costruì un consenso bulgaro nei sondaggi. La stessa montagna di spazzatura, sotto il cui peso rischia di tramontare definitivamente la sua stagione politica iniziata, ironia della sorte, nel 1994, proprio come i commissariati straordinari dei rifiuti. Chissà quale delle emergenze finirà prima.