Il più giovane miliardario del mondo, 26 anni, si chiama Mark Zuckerberg, ha studiato ad Harvard e creato Facebook. The social network, il nuovo film di David Fincher racconta la sua storia e la genesi del sito che ha affiliato in 6 anni oltre 500 milioni di persone in tutto il pianeta. Soprattutto, però, The social network racconta lo spirito della nostra epoca. E per di più con una drammaturgia essenziale, precisa, pulita. La trama ruota attorno a due processi contro Zuckerberg, attraverso i quali ricostruiamo la vicenda e attorno alla “lotta” tra il migliore amico di Mark, Eduardo, e il luciferino Sean Parker, spregiudicato creatore di Napster, che rappresentano la parte buona e il lato oscuro del protagonista. Dotato di una capacità di sintesi encomiabile, quasi non volesse dare a vedere quanto è raffinato nel delimitare le coordinate del presente, The social network ne racconta invece l’essenza: è insomma, un film magistrale.

Quadro generale: dalla stanzetta di un prestigioso campus, un cervellone supponente e incapace di avere rapporti umani può cambiare il modo di comunicare del mondo. L’America è il paese in cui i giovani vengono ascoltati se creano profitto, il genio di Mark viene riconosciuto ma il palcoscenico della sua fama è tappezzato di amoralità e anaffettività. Evidentemente, il succo del discorso non sta qui: la stessa storia si poteva raccontare 20 anni fa. Ciò che rende speciale il film di Fincher è la contraddizione assoluta tra il creatore e la creatura.

Il creatore: Mark è un personaggio di insondabile ambiguità. È uno stronzo come gli dice la ragazza che lo molla all’inizio del film, Erica, o uno che si sforza ostinatamente di esserlo, come gli dice una bella avvocata nel finale? Forse non lo sa neppure lui, perché Mark incarna l’indeterminata ambiguità necessaria in un mondo in cui, per fare gol, servono talento e competenza, ma soprattutto ottusa monomaniacalità. Mark è un uomo depsicologizzato, le cui reazioni emotive si sviluppano solo in una logica del “fare”. E qui veniamo alla creatura: Facebook, il social network che macina miliardi di dollari perché ha intercettato il bisogno di condivisione e relazione degli esseri umani. Il più potente strumento di comunicazione che esiste al mondo è stato creato da un essere pressochè autistico. Ciò che rende insostituibile il racconto di Facebook e del suo fondatore (non quello di Bill Gates e della Microsoft, ad esempio) è l’abisso tra creatura e creatore. Ovvero il fatto che l’affettività individuale si possa concretizzare, oggi, più nella produzione di un oggetto che aiuta le relazioni che non nelle relazioni. La contraddizione è implacabile. Eppure, sembra suggerirci Fincher, la rimozione individuale non può mai essere definitiva. Lo dimostrano la magnifica scena iniziale e la tristissima scena finale. Erica – su di lei si apre e si chiude il film – è la rimozione di Mark. Senza emettere alcun giudizio, Fincher mostra la pericolosa schizofrenia del presente: da una parte la produzione sociale orgiastica, accelerata, bruciante; dall’altra l’ingombrante natura umana con le sue necessità primarie. È difficile, alla fine di questo film dal ritmo serratissimo e dai dialoghi straordinari, non provare un senso di desolante disperazione. L’inconscio di Mark (e di tutti noi) è il convitato di pietra che vorremmo mandare via per sempre, stordendolo in una rumorosa discoteca o imprigionandolo in una serie di algoritmi. Ma non è possibile. Per questo il rapporto tra Mark e la sua creatura incarna la deformazione del presente. The social network mostra la nostra società nella forma di un ragazzino che sembra adulto. Il Mark Zurckenberg di Fincher è invece un eterno bambino, cristallizzato nell’infanzia (e nella coazione a ripetere: l’ultima immagine del film la dice lunga) e che non ha neppure uno slittino di nome “Rosebud” a cui ripensare. Zurckerberg non ha nulla della sofferenza titanica del Charles Foster Kane di Quarto potere: ne è l’evoluzione senza madri, senza tutori, senza ricordi, senza inconscio. Benvenuti nel XXI secolo.