Ricordo di aver letto da qualche parte che la scarsezza dei mezzi, dunque la povertà e, in questo caso, la ridotta quantità di strumenti utilizzati sia la madre dell’ingegno. Mai parole furono più azzeccate perché di ingegno e creatività il gruppo che oggi andiamo a conoscere ne ha davvero un’infinità.

Kongrosian è un trio di soli fiati composto da Alberto Collodel al clarinetto, Davide Lorenzon al sax contralto e soprano e Ivan Pilat al sax baritono e mellofono.
Attivi dal 2006 hanno inciso il loro primo disco “Bootstrap Paradox” per la neonata Aut Records. Il disco cui ha collaborato il clarinettista Oreste Sabadin ha ricevuto critiche positive da molte riviste specializzate, sia cartacee che online consultabili nella loro pagina Facebook o Myspace.

Il nome del gruppo deriva da Richard Kongrosian un personaggio dei “Simulacri” di Philip K. Dick, ed è un pianista telecinetico che suona con l’ausilio della mente e non delle mani.
Ci siamo ispirati a costui perché la nostra musica è il risultato di lunghe sedute di improvvisazione libera, dove l’ascolto e il collegamento ‘virtuale’ tra le menti dei musicisti sono messi al primo posto come necessità esecutiva”.

E dunque, dal 2007 sotto induzione mentale e telecinesi attiva emanazione diretta del dr. Richard Kongrosian, disperso nello spazio siderale ed approdato al satellite V:A:L:I:S: acronimo di Vast Active Live Intelligent Sound, Kongrosian è l’espressione sonora emanata direttamente dalle cellule sinaptiche e filtrata dai neuroni specchio del cervello sociale e di volta in volta viene veicolato da diverse forme di vita. E loro tre non sono altro che simulacri che si ritrovano e incrociano i loro suoni memetici.

Siamo andati a conoscerli, ne è valsa davvero la pena. Estroversi e geniali, difficilmente si riesce a non rimanere incantati.
La musica che producono non si basa su una rigida distinzione tra composizione ed improvvisazione, essendo queste fonti paritarie all’interno della loro pratica musicale. L’esercizio costante durante le prove è cercare di suonare senza tendere verso un genere in particolare, mettendo sopra ogni altra cosa l’ascolto reciproco tra i musicisti. Procedono quindi sia con la lettura di spartiti con notazione classica (originali e non), sia con la lettura di composizioni grafiche, magari prendendo spunto da un elemento letterario o ancora seguendo una serie di indicazioni gestuali, sempre usando una grande libertà espressiva attraverso il collante improvvisativo.

In un panorama come quello italiano davvero troppo conformista, come è avvenuta la scelta di cimentarvi in questo genere?
Si può rispondere semplicemente che certe cose non le scegli e sono loro, al contrario, a scegliere te. Anche se suonare in Italia, soprattutto questo tipo di musica, può essere più difficile rispetto ad altri paesi, il nostro obiettivo rimane quello di far conoscere la nostra musica a più persone possibile, utilizzando i mezzi che tutti hanno a disposizione. In ogni caso, quello che ci ha spinto a intraprendere questo percorso, sin dal 2006, è la passione e la volontà di sperimentare musicalmente, cercando di migliorare sempre più e cercando di capire prima di tutto noi stessi attraverso questa pratica: tutto il resto se viene, viene dopo.

A chi vi ispirate?
Musicalmente parlando il gruppo a cui più spesso siamo stati associati, si parva licet, è il ROVA saxophone quartet, formazione di S. Francisco attiva nella scena dell’improvvisazione e della musica contemporanea da più di vent’anni, al quale ci accomuna l’evidente caratteristica di avere una formazione composta esclusivamente da fiati.
Lo spettro delle nostre influenze è molto ampio: si parte da una comune matrice jazz, passando al movimento della ‘New Thing’ della fine degli anni ’50 dello scorso secolo, per arrivare alla più recente improvvisazione europea. Anche nel caso degli ascolti e delle influenze non abbiamo nessun tipo di preclusione basata sul “genere musicale”, che riteniamo una categoria tutt’al più descrittiva ma con scarsissima valenza conoscitiva.

Credete che in Italia possa, prima o poi, emergere questo tipo di musica? Che possa far presa su un pubblico più numeroso?
Il punto è capire in che tipo di circuito si cerca di far emergere un progetto musicale di questo tipo. Noi non abbiamo ambizioni da popstar ma cerchiamo comunque di portare la nostra musica a più persone possibile, a volte anche suonando in contesti non pensati per questo tipo di musica. Esiste un circuito in Italia, come nel resto del mondo, chiaramente ‘underground’, anche rispetto a ciò che comunemente si intende per indie, a cui noi facciamo riferimento. Abbiamo cercato in diverse situazioni di creare ed intessere relazioni con un buon numero di musicisti, mettendo in piedi due festival, organizzando workshop e decine di concerti.

Quali sono attualmente le vostre ambizioni?
Suonare il più possibile live, una cosa semplice ma che rasenta l’impossibilità. Non siamo nessuno per poterlo pretendere, dal momento che molti altri musicisti sono nelle nostre medesime condizioni. L’unica via rimane per noi quella di dare agli altri ciò che possiamo dare in termini di collaborazione: ancora una volta tutto ciò che possiamo ottenere è solo una conseguenza di questo atteggiamento di apertura. Un obiettivo a medio termine è proprio quello di registrare con diversi musicisti con cui abbiamo già collaborato, una sorta di fotografia di questa fase del gruppo, caratterizzata dalla formula 3+1.

Cosa ne pensate della situazione musicale-culturale in Italia?
Riteniamo che vi compaiano le contraddizioni tipiche di questa società e non crediamo sia possibile analizzare la situazione musicale prescindendo da tutto il resto.
L’offerta musicale è sicuramente vasta: un buon numero di musicisti, diverse etichette e collettivi impegnati in progetti di qualità, alcuni locali molto attenti a ciò che di più creativo si muove in quest’ambito.
A fronte di tutto ciò il problema principale è probabilmente il seguito. L’abbiamo verificato in situazioni sia provinciali che metropolitane: succede semplicemente che la gente si muove in “massa” solo nel momento in cui si crea l’evento legato al “grande nome”, spesso non considerando affatto ottimi musicisti meno conosciuti. Niente di nuovo sotto il sole, ma nel momento in cui la ricerca musicale riesce ad uscire dalla propria nicchia questo limite non si presenta o, per lo meno, si presenta in modo molto più attenuato.
A noi non resta che continuare a tessere relazioni con altri musicisti ed interessati in genere per sviluppare progetti e collaborare nelle più disparate situazioni. Riteniamo che accodarci al carrozzone para-istituzionale per richiedere maggior visibilità e supporto finanziario sia un’impresa non tanto eticamente sbagliata quanto pragmaticamente fallimentare dal momento che a dettare l’agenda è comunque sempre il denaro che riesci a far muovere.

I Kongrosian si esibiranno il 27 novembre al Sound Metak Milano, Milano, il 28 novembre al Flat Mestre, di Venezia.
Ulteriori informazioni le trovate sul loro myspace: http://www.myspace.com/kongrosianquartet