Entro l’inizio del nuovo anno l’Irlanda potrebbe essere costretta a chiedere l’intervento dell’Europa e del Fondo Monetario Internazionale (Fmi) aprendo così un nuovo e doloroso capitolo nell’infinita epopea della crisi dei debiti sovrani. E’ l’allarme lanciato dall’economista dello University College di Dublino e consulente del governo irlandese Colm McCarthy in un’intervista rilasciata al quotidiano Irish Independent. Chiamato a fare i conti con un deficit galoppante e una debole prospettiva di crescita, l’esecutivo presenterà il suo ambizioso piano di budget 2011 il 7 dicembre prossimo. In caso di mancata approvazione parlamentare, ha sottolineato McCarthy, le speranze di rilancio del Paese giungerebbero inesorabilmente al capolinea.

All’Irlanda, dunque, potrebbe essere rimasto appena un mese di tempo per dare il via a una inversione di tendenza utile a scongiurare l’intervento internazionale. Un’ipotesi, quest’ultima, tutt’altro che gradevole oltre che, evidenzia ancora l’economista, di portata epocale. Un simile intervento di salvataggio (che coinvolgesse il Fondo, come nel caso dell’Islanda, o l’Unione Europea, come avvenuto per la Grecia) costringerebbe la Repubblica irlandese ad adottare una politica economica dettata dall’estero per la prima volta nella sua storia.

L’approvazione del budget è una condizione necessaria ma al tempo stesso non sufficiente. Per scongiurare la resa definitiva e l’intervento internazionale, infatti, occorre soprattutto convincere il mercato. Il ministro delle finanze Brian Lenihan si è posto l’obiettivo di ricondurre il deficit ai parametri di Maastricht, ovvero al 3% del Pil, entro il 2014. Un’impresa ardua visto che il livello odierno si attesta sui 12 punti percentuali (che diventano 32 a voler includere i costi del salvataggio bancario). A emettere la sentenza definitiva sarà quasi certamente il mercato obbligazionario. Se l’Irlanda dovesse riuscire a piazzare con successo almeno cinque miliardi di euro di bond entro il mese di febbraio e il costo dell’emissione dovesse abbassarsi, avverte McCarthy, il Paese potrebbe ancora sperare di farcela. In caso contrario servirebbe un sostegno esterno.

Non si può sapere con certezza come reagiranno i mercati in caso di via libera al piano Lenihan ma i presupposti attuali restano molto negativi. I rendimenti sui bond decennali di Dublino hanno raggiunto ieri il 7,14%, il livello massimo dall’introduzione dell’euro. Le obbligazioni irlandesi, in altri termini, non sono mai state considerate così rischiose come evidenzia l’impietoso confronto con i classici titoli di riferimento, i bond tedeschi. Il divario di rendimento (spread) rispetto a questi ultimi è cresciuto ancora toccando quota 4,67%, anche in questo caso un nuovo record. Tre settimane fa, lo stesso ministro delle finanze di Dublino si era detto certo della capacità del suo Paese di fare a meno di qualsiasi intervento di salvataggio da parte dell’Ue o del Fmi. Ma l’impressione, come ha dichiarato l’ex economista della Fed Karl Whelan all’agenzia Bloomberg, è che le svariate rassicurazioni del governo “non abbiano convinto i mercati”.

Un ulteriore segnale di pericolo viene inoltre dai Credit default swaps (Cds), i derivati utilizzati per assicurare il capitale dal rischio bancarotta. Secondo i dati di Cma, una società di base a Londra specializzata nella raccolta dati sui mercati extra borsistici, i Cds sul debito irlandese viaggiavano ieri a quota 498 punti base. Il che significa che per assicurare 1.000 euro di credito contratto con Dublino se ne pagano circa 50 contro i 26 di luglio e i 45 registrati a inizio ottobre quando il rischio default della verde Irlanda aveva superato per la prima volta anche quello dell’Iraq. Per dirla con l’analista della società di investimento F&C Netherlands Michiel de Bruin, pare proprio che il mercato “abbia paura che l’Irlanda riceverà un sostegno”. In un sondaggio realizzato nei giorni scorsi dall’Independent, il 64% degli irlandesi ha definito un intervento del Fmi nel prossimo anno “inevitabile”.