Si legge spesso che le università italiane sono indietro nelle graduatorie internazionali come ad esempio la QS World University Ranking. Questa classifica è basata su una serie di indicatori: la reputazione accademica internazionale, la reputazione presso i datori di lavoro, la capacità di attrarre  studenti e docenti stranieri, la qualità della didattica e della ricerca. Le università italiane dunque faticano ad entrare nelle prime duecento posizioni. E’ infatti indubbio che l’università italiana sia in grande sofferenza e che in molti settori la qualità della didattica e della ricerca siano del tutto discutibili. Tuttavia questa stessa organizzazione fornisce delle classifiche per settori. Andando dunque a vedere cosa succede nel campo delle scienze naturali si scopre che ad esempio la Sapienza si colloca al trentesimo posto (era al 25esimo nel 2009) a pari merito con L’ Ecole Polytechinique di Parigi: niente male. Seguono entro le prime cento posizioni Pisa e Bologna. Per fare un esempio delle tanto declamate università private italiane, vediamo come si posiziona la Bocconi (che notoriamente ha risorse invidiabili rispetto all’università pubblica) nella categoria scienze sociali: differentemente della London School of Economics (quarto posto), si posiziona nel 2009 al 69esimo posto e nel 2010 al 49esimo. E questo sarebbe l’esempio a cui ispirarsi per una riforma del sistema universitario?

Più si esegue un’analisi analitica e più informazioni se ne ricavano. Ad esempio andando a guardare  l’University Ranking del Centre for Higher Education Development, che fornisce informazioni a livello europeo anche scorporate per la fisica, la matematica, l’economia, la biologia, la chimica, le scienze politiche e la psicologia si scoprono varie cose interessanti. Ad esempio per quello che riguarda la fisica, che in Italia ha una grande tradizione, si trova che nelle prime trenta università ci sono ben quattro dipartimenti di fisica (la Sapienza, Firenze, Pisa e Padova). In altri settori la situazione è molto variabile ed è proprio sulla distribuzione della qualità che bisogna focalizzare l’attenzione.  Per questa ragione ripartire le risorse in base alla qualità degli atenei non ha un gran senso. In ogni università italiana c’è del buono e del cattivo che si distribuiscono in modo assolutamente non omogeneo e che hanno una grande variabilità. Se non si tiene di conto della distribuzione della qualità all’interno di ogni ateneo, ogni argomento sulla valutazione e sulla meritocrazia rimane lettera morta.

Purtroppo in Italia la discussione procede per slogan. Come rilevato dal Rettore dell’Università di Torino Elio Pelizzetti in una lettera indirizzata al presidente del consiglio

E’ sintomatico in questo senso l’uso distorto e acritico che viene fatto delle classifiche internazionali di valutazione degli Atenei, le quali vedono spesso assai penalizzate le Università italiane, ma a motivo per lo più della inconfrontabilità di strutture e risorse: è evidente che molte università specie anglosassoni dispongono a volte di risorse che da sole sono pari all’intero finanziamento statale dell’Università pubblica italiana, hanno un numero limitato e fortemente selezionato di studenti che contribuiscono con tasse di iscrizione assai elevate, vantano un rapporto docenti/studenti davvero incommensurabile rispetto alle Università italiane. A tali condizioni il gap appare inevitabile, ma non si tratta – ciò è quanto si vorrebbe vedere evidenziato a livello di illustrazione mediatica – di un gap di qualità della ricerca e della didattica o di preparazione dei docenti e ricercatori, bensì appunto di una distanza di mezzi e di sistemi che auspichiamo possa essere colmata. Ne sono prova ad esempio il fatto che negli oggettivi indicatori Ocse appena pubblicati, mentre l’Italia risulta al penultimo posto in Europa per finanziamenti all’Università, la produttività scientifica certificata dei ricercatori italiani si pone addirittura al secondo posto: per usare un’espressione a Lei cara, un vero e proprio miracolo italiano.

Ma alla propaganda-disinformazione non c’è limite.  Il direttore del Sole 24 Ore, Gianni Riotta, può tranquillamente affermare che i corsi di lauree in fisica sono in crisi e si fanno in “aule tristemente vuote” (Prima Pagina, Radio 3 del 19 ottobre 2010) e nessuno può replicare che gli iscritti sono in lenta e costante ripresa dal minimo avvenuto nel 2000 (dati del Consorzio Alma Laurea di Bologna basato su dati MIUR). L’oscar in queste settimane si potrebbe consegnare però all’On. Frassinetti (relatrice del Disegno di Legge di riforma dell’Università alla Camera dei Deputati) che, con la consueta lungimiranza politica, venerdì 15 ottobre a Radio24 (la radio del Sole24ore) ha raccontato, nella trasmissione di Oscar Giannino, che i ricercatori vogliono solo l’ope legis, ovvero un’avanzamento di carriera senza concorso. Ovviamente senza nessun contraddittorio. La stragrande maggioranza dei ricercatori universitari, e sicuramente quelli che  aderiscono alla rete29aprile, non vogliono l’ope legis ma vogliono discutere del progetto di riforma in maniera aperta e globale. Continuando a distorcere la realtà ed a raccontare balle, non si andrà tanto lontano.