Cinque milioni gli immigrati in Italia, con una crescita dei residenti di 3 milioni di unità in dieci anni e di quasi un milione nell’ultimo biennio, un immigrato ogni dodici residenti”. Per il ventesimo anno consecutivo il rapporto Caritas migrantes fotografa la situazione degli stranieri nel belpaese.

Riserva sorprese il rapporto costi benefici degli stranieri in Italia. Secondo il dossier, infatti “gli immigrati versano nelle casse pubbliche più di quanto prendono come fruitori di prestazioni e servizi sociali dichiarando al fisco oltre 33 miliardi l’anno, con 11 miliardi di contributi previdenziali e fiscali annui. Entrate che hanno contribuito al risanamento del bilancio dell’Inps senza contare le spese per i permessi di soggiorno e le richieste di cittadinanza che, da sole, fruttano allo stato 100 milioni di euro”.

Insomma a guadagnarci sembra essere il sistema Italia anche quando si parla di lavoro. Il rapporto Caritas, citando uno studio della Banca D’Italia datato a luglio del 2009 evidenzia come “gli stranieri svolgano una funzione complementare agli italiani favorendone migliori opportunità occupazionali. Se questa forza lavoro venisse a mancare, si chiede la Caritas, svuotando settori importanti come l’agricoltura, l’edilizia, l’industria, i servizi sociali, il nostro Paese sarebbe in grado di affrontare il futuro?”

Eppure gli italiani non hanno percezione di questa realtà. Complice la recessione, la figura dell’immigrato secondo il dossier, ha acutizzato fenomeni di intolleranza, come se l’origine della crisi fosse un problema da collegare agli stranieri. La causa di questo fenomeno è spiegata nel documento: “Molti lavori vengono rifiutati dagli italiani anche in periodi critici per l’occupazione, non solo lavori stagionali, ma anche impieghi nei settori manifatturieri più qualificati. La conseguenza è che il numero degli occupati stranieri continua a crescere con un incidenza sempre maggiore sul prodotto interno lordo e una retribuzione netta mensile di circa 900 euro contro i 1300 degli italiani”.

Ma il dossier denuncia come “nel 2009 il fondo nazionale per l’inclusione sociale sia rimasto sprovvisto di copertura e questa carenza – dice la Caritas – complica ancora di più l’integrazione a fronte di una diminuita capacità di spesa delle famiglie anche immigrate”. Più difficile per gli stranieri anche l’accesso ai servizi sociali: tra la popolazione immigrata regolare, solo il 68% è iscritto al servizio sanitario nazionale, aumentando dunque i ricoveri in stato di urgenza. Problemi anche per il bonus bebè, che esclude inspiegabilmente le famiglie straniere, anche se, come si legge nel rapporto, i costi per la crescita di un figlio sono pari a 9 mila euro l’anno sia per gli italiani che per gli stranieri. Allo sesso modo i capifamiglia stranieri hanno trovato più difficile accedere ad ai benefici sociali erogati dagli Enti Locali.

“Gli atti di discriminazione – spiega il documento – sono presenti a tutti i livelli. Alcune compagnie di assicurazione, ricordano i relatori del rapporto, praticano agli immigrati polizze RC auto più costose per quello che definiscono il rischio etnico”.

Sfatato, invece, il luogo comune straniero-delinquenza: “Tra il 2007 e il 2009 calano del 13,5% le denunce nei confronti degli immigrati regolari e nello stesso periodo i soli stranieri residenti crescono del 25%. Il tasso di criminalità dei regolari, spiegano i relatori è sostanzialmente uguale a quello degli italiani”. Particolare il caso di Roma, dove in tre anni la popolazione straniera regolare è cresciuta del 62%, le denunce contro regolari e irregolari del 6,8%. Eclatante il caso romeno: +142% di presenze, -13% di denunce.

“L’immigrazione – dicono i curatori del Dossier statistico – è un’opportunità che ci viene offerta dalla storia per il nostro benessere economico e la nostra crescita culturale è quindi necessaria una riflessione rigorosa suI flussi migratori e le capacità di accoglienza”. Anche in questo caso sono i numeri del rapporto a parlare: “18.361 persone allontanate dall’Italia nel 2009. 4.298 respingimenti e 14.063 rimpatri forzati. Mentre le persone rintracciate in posizione irregolare, ma non ottemperanti all’intimazione di lasciare il territorio italiano, sono state 34.462. Le persone trattenute nei centri di identificazione e di espulsione sono state 10.913”.

La Caritas punta il dito anche contro gli sbarchi e gli immigrati irregolari sottolineando che “il rigore va unito al rispetto del diritto d’asilo e della protezione umanitaria, di cui continuano ad avere bisogno persone in fuga da situazioni disperate e in pericolo di vita. Nella stragrande maggioranza dei casi all’origine dell’irregolarità vi sono gli ingressi legali in Italia, con o senza visto, di decine di milioni di stranieri che arrivano per turismo, affari, e altri motivi. Rispetto a questi flussi imponenti, e non eliminabili, anche la punta massima di sbarchi raggiunta nel 2008 (quasi 37mila persone) è ben poca cosa. È necessario dunque incentivare i percorsi regolari dell’immigrazione – proseguono i relatori – estendere i rimpatri assistiti a favore degli irregolari, come raccomandato dalla stessa Commissione europea, trasformando il ritorno di chi non ha avuto sbocco o successo nell’immigrazione in un investimento positivo per i paesi di origine. Non ha dunque senso – secondo la Caritas – costringere ad andar via lavoratori già inseriti, incrementando il lavoro irregolare come hanno fatto alcuni enti locali che hanno impiegato fondi per l’allontanamento degli stranieri, non riuscendo nell’intento”.

Il nostro Paese non fa bella figura neanche quando si tira in causa il rispetto e la parità dei diritti visto che solo nel 2009, secondo la Caritas, sono stati aperti 212 procedimenti per reati di tratta con bambini e donne sempre più spesso vittime di sfruttamento sessuale e lavorativo. Rilanciano i curatori del rapporto sulle responsabilità politiche: “Se l’immigrazione è funzionale allo sviluppo del Paese, l’agenda politica è chiamata a riflettere sugli aspetti normativi più impegnativi. È questa la strada più fruttuosa sotto tutti i punti di vista, economico e occupazionale, culturale e religioso. Con una raccomandazione: “Dalla sindrome dell’invasione bisogna passare all’incontro e al dialogo”.

di Luigina D’Emilio