Con una mano spediamo aiuti umanitari, con l’altra vendiamo mitra e carri armati. La grande ipocrisia della politica estera italiana (e di tutto l’Occidente) nei confronti del Terzo mondo è stata impietosamente messa a nudo da un rapporto destinato ai membri del Congresso americano, intitolato “Conventional Arms transfers to developing world, 2002-2009”, che analizza trend e numeri delle forniture di armamenti ai paesi in via di sviluppo.

L’anno scorso il nostro Paese ha firmato contratti militari per 2,4 miliardi di dollari, cifra che lo pone al 4° posto nella classifica degli esportatori di armi convenzionali alle nazioni povere. Davanti ci sono solo Usa, Russia e Francia. Il business per le fabbriche tricolori è in netta crescita, se si considera che nel 2008 l’export era stato di “appena” 1,3 miliardi. L’Italia produce il 9,16% delle armi esportate nel mondo: di queste più della metà (il 59,3%) finisce negli arsenali delle nazioni in via di sviluppo. Tra il 2006 e il 2009 il Belpaese ha consegnato agli eserciti africani armi per 500 milioni di dollari. Ma il mercato emergente è il Medio Oriente: negli ultimi tre anni sono stati firmati contratti per 3 miliardi e 700 milioni. Sbocchi importanti anche in Asia, dove gli ordinativi sono passati dai 300 milioni del 2002-2005 a 1 miliardo e 300 milioni nell’ultimo triennio.

L’Italia è in buona compagnia: nel solo 2009 le vendite di armamenti al terzo mondo ha fruttato all’Occidente 45 miliardi di dollari. Usa e Russia, principali fornitori dai tempi della guerra fredda, continuano a dominare il mercato, ma i produttori europei sono ormai temibili concorrenti. Secondo il rapporto, Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia sono in grado di fornire una “larga varietà di armi altamente sofisticate”. Per convincere i compratori scendono in campo premier e ministri. I Paesi europei, insiste il dossier, “hanno aumentato la loro competitività attraverso un forte supporto di marketing da parte dei governi”. Un esempio? La visita compiuta da Silvio Berlusconi in Kazakistan l’anno scorso. Poco tempo dopo, la Selex Galileo (gruppo Finmeccanica) concluse un importante contratto per equipaggiare i vecchi tank sovietici T-72 con avanzati sistemi ottici. Un accordo di cui la stessa azienda si vanta sul suo sito. Ma l’affare sembra in contrasto con il Codice di condotta adottato dall’Ue nel 2005, che pone rigide condizioni per l’export di armi. Tra queste, al punto 2, c’è il rispetto dei diritti umani da parte del compratore. Non sembra che ciò accada in Kazakistan, dove Nazarbaev è al potere da 20 anni e nel cui parlamento siedono solo esponenti del partito del presidente-padrone.

Il codice d’altronde resta spesso lettera morta, oscurato dalle ragioni economiche. Nessuno si fa troppi scrupoli nel vendere aerei, navi e cannoni ai Paesi del Golfo, che non brillano per libertà civili. Tra il 2002 e il 2009 l’Arabia Saudita ha speso più di tutti: 40 miliardi di petrodollari. Le tensioni mediorientali sono il volano principale di un mercato in cui a fare affari d’oro sono soprattutto gli Usa, che vendono i caccia F16 sia a Israele che all’Egitto, mentre gli elicotteri Black Hawk vanno a ruba negli Emirati Arabi. La Russia invece guarda all’Asia: nel 2009 ha venduto al Vietnam sei sottomarini classe Kilo per 1 miliardo e 800 milioni. La Cina è l’esportatore emergente in Africa, dove sono richieste soprattutto armi leggere e caccia meno sofisticati di quelli occidentali. In questo modo Pechino accresce il suo status di potenza nell’area e si avvantaggia nella corsa alle risorse naturali del Continente nero.

La torta è ricchissima e tutte le potenze partecipano al banchetto: nel terzo mondo vengono spedite armi di terra, di acqua e di mare. Un dato su tutti: nell’ultimo triennio gli Usa hanno venduto al terzo mondo 446 tank, la Russia 420, i “grandi” europei 230. La domanda non si ferma mai, nonostante la crisi economica. E l’Occidente è sempre pronto a soddisfarla.