La nuova indagine su B. padre e figlio, stavolta a Roma, per una frode fiscale da 16 milioni ci ha regalato un’altra giornatina di balle spaziali. Quali siano i fatti contestati al premier dai pm Pierfilippo Laviani e Barbara Sargenti e già accertati da una perizia, non frega niente a nessuno: che il capo del governo, ancora una volta, possa essere un evasore fiscale, costretto ancora una volta a costituirsi parte civile contro se stesso, è un dettaglio ininfluente. Così come il fatto che l’accusa non venga dalle famigerate “toghe rosse” milanesi, che avevano aperto un fascicolo contro ignoti prima di passarlo nella Capitale, ma dalle moderate e apprezzate toghe romane, che hanno iscritto i nome di Silvio e Piersilvio nel registro degli indagati.

Ma c’è di più: il procuratore aggiunto Laviani è lo stesso che si sta occupando dell’alloggio monegasco da 60 metri venduto da An e affittato dal cognato di Fini. Qualche lettore degli house organ potrebbe ricordarsi i titoli del Giornale e di Libero sulla casetta a Monacò: “La Procura indaga, Fini trema”, “Fini, si avvicina la verità”, “Si indaga su Fini, deve dimettersi”. E confrontarli con quelli sulle innocenti evasioni di B. Il Giornale: “Assedio a Berlusconi”, “L’ultima aggressione”, “Perseguitato ma vado avanti”, “I trucchi dei pm per tenere in ostaggio il Cav”. Libero, a fotocopia: “Caccia grossa a Silvio. Nuovo attacco dei giudici”, “E’ ripartita la caccia al Cav”, “Silvio deve rompere l’asse Fini-pm”, “Contro il premier l’assalto coordinato di 9 procure”, “La guerra tra giudici e Silvio”, “I giudici vogliono fermare la riforma”. Su dieci titoli non compaiono mai le parole “inchiesta”, “processo”, “reato”, “frode fiscale”, che sono il cuore della notizia, infatti diventano “guerra”, “assedio”, “attacco”, “caccia”, “aggressione”, “persecuzione”, “trucchi”. Parole mai usate per l’inchiesta su casa Tulliani, in cui peraltro non c’è alcun indagato: né Fini né il cognato. Fini si è rimesso al giudizio dei giudici senza gridare al complotto, quando Roma ha generosamente aperto un fascicolo su un non-reato dopo la denuncia del suo arcinemico Storace. B. invece strilla e i giornalisti da riporto dietro.

Feltri rimprovera addirittura a B. di non aver fatto abbastanza leggi vergogna: “Avrebbe dovuto presentare subito il lodo costituzionale e garantire al premier (che sarebbe lui, ndr) il modo per condurre a termine la legislatura senza l’ossessione dei processi”. E Belpietro, a fotocopia: “Se non riesce a sottrarsi alla tenaglia che lo tiene intrappolato, rischia di finire male. Esca dal torpore… non resta molto tempo”.   Insomma – suggeriscono i due secondi dall’angolo del ring al pugile suonato – sbrigati a fabbricarti lo scudo; intanto ce la mettiamo tutta per far indagare Fini anche senza reati. Belpietro, col piglio dello storico, ricorda “l’avviso di garanzia recapitato a Napoli dal pool Mani Pulite che segnò la fine del primo governo Berlusconi”. Ne avesse azzeccata una: non era un avviso, ma un invito a comparire; non fu recapitato a Napoli, ma a Roma; il governo cadde perché Bossi gli tolse la fiducia, decisione assunta dalla Lega due settimane prima dell’invito a comparire.

Non manca il consueto slogan “giustizia a orologeria” (testi di Bonaiuti). Un tempo almeno lo dicevano quando una scadenza processuale impattava su una elettorale. Ora lo ripetono a prescindere, senza spiegare “a orologeria” rispetto a cosa. Sorgi, sulla Stampa, parla di evasioni “di assai modesta entità” (16 milioni in due anni, quisquilie), esprime stupore per “la convocazione a sorpresa di Berlusconi” (dovevano almeno avvertirlo con una telefonata e chiedere se avesse qualcosa in contrario) e sostiene che le toghe romane si sono mosse perché hanno “percepito i sintomi della dissoluzione del centrodestra”. Belpietro, in stato confusionale, riesce a sostenere contemporaneamente che si vuole colpire B. perché “è venuta meno la minaccia di elezioni” e che “non c’è stata scadenza elettorale che non sia stata accompagnata da un’inchiesta giudiziaria”. Poveretto, devono avergli fregato l’orologio.