L’ unico momento in cui si è rischiato davvero qualcosa, è stato alla festa nazionale del Partito democratico, a Torino, l’8 di settembre. Rubina Affronte, militante del centro sociale torinese Askatasuna, lancia un fumogeno contro Raffaele Bonanni. Il leader della Cisl viene colpito in pieno petto, qualche decina di centimetri più in alto e i danni non si sarebbero limitati a un giubbotto bruciato. Bonanni parla subito di “squadristi”, in tanti intravedono un ritorno degli anni di piombo.

Sacconi vede i terroristi

Oltre Bonanni, è stato il ministro del Welfare Maurizio Sacconi a suggerire le analogie più violente. Resta agli atti, per esempio, una sua intervista alla Stampa del 2 ottobre in cui si spingeva fino a individuare un “filo che può portare dalla violenza politica all’omicidio politico”, cioè dalle uova e dagli striscioni alle pistole P38. Sacconi intravede “non un disegno organico di rovesciamento del sistema, quanto la tentazione di intimidire e condizionare il normale corso democratico”. Bonanni non si è tirato indietro, consapevole che per riempire la sua piazza del Popolo, nella manifestazione congiunta con la Uil di sabato scorso, un po’ di tensione avrebbe aiutato. E quindi si è prodotto in una sequela di invettive contro “squadracce che si muovono come fascisti” e “cattivi maestri”. Fino a quel grido, quasi liberatorio, perfetto per evitare che la tranquilla piazza della Cisl trasmetta l’immagine di un Paese molto più pacato dei suoi leader: “Dieci, cento, mille Pomigliano”. E giù polemiche e insulti.

Con questa chiave di lettura, il ritorno degli anni di piombo e della violenza extraparlamentare, vengono interpretati gli eventi delle settimane successive. Che, a parte un paio di dure contestazioni a Treviglio e a Livorno da esponenti della Fiom contro la Cisl, sono solo scritte sui muri e qualche lancio di uova o volantini. “’Ricordo bene gli anni di piombo a Torino, li ho vissuti sulla mia pelle. Anche allora si cominciò coi fischi, poi vennero i lanci di bulloni, le spranghe e infine si cominciò a sparare”, dice Piero Fassino del Pd.

Sui giornali e in televisione, quindi, qualche insulto vergato con lo spray diventa un “assalto”, il simbolo di falce e martello con una stelletta stilizzata, simile a quella che c’è nel logo di Rifondazione comunista, viene presentato come “una stella a cinque punte”, a evocare quella delle Brigate Rosse. I volantinaggi si trasformano in “aggressioni”. Certo, vola qualche sasso e la contestazione arriva anche alla sede nazionale della Cisl a Roma: vernici e fumogeni per denunciare la linea giudicata troppo morbida del sindacato guidato da Bonanni nella vicenda Fiat. Ma dietro non ci sono terroristi, bensì un gruppo di disobbedienti romani già noto per le sue proteste a base di letame.

I lanciatori di uova poco minacciosi

Visti da vicino, questi lanciatori di uova, sembrano assai meno minacciosi che nei telegiornali. Martedì pomeriggio, per esempio, a Roma era annunciata una bellicosa manifestazione di lanciatori di uova che nel mirino avevano addirittura la sede centrale di Confindustria. Alla fine i manifestanti erano poche decine di pacifici impiegati statali e studenti, in un’anonima piazzetta dell’Eur, a 300 metri da Confindustria,con uova di cartone giganti e una frittata (vera) su un fornello spento. Ma intorno c’era la polizia in tenuta antisommossa, decine e decine di uomini. Come quelli che ci saranno lungo il corteo e in piazza San Giovanni domani. Dentro i sindacati sanno che il bilancio della manifestazione dipenderà da loro almeno quanto dalla capacità della Fiom di tenere sotto controllo i centri sociali e i disobbedienti.

In questi giorni, infatti, i dirigenti sindacali non solo della Fiom sembrano paventare più il bis di scontri con le forze dell’ordine come quelli di Genova nel 2001, piuttosto che delle gambizzazioni   e degli omicidi politici. A microfoni spenti, e sottovoce in qualche intervista ufficiale (come in quella dell’ex dirigente Fiom, ora Idv, Maurizio Zipponi sul Fatto), c’è chi nota che in troppi hanno interesse a che succeda qualcosa. Per derubricare poi tutte le rivendicazioni della Fiom a eccessi di una minoranza estremista e violenta.

“Una sede sindacale è un simbolo   democratico e del lavoro. La consideriamo un luogo inviolabile”, ha ripetuto anche ieri Susanna Camusso, che tra pochi giorni prenderà il posto di Guglielmo Epifani alla guida della Cgil. Ma le condanne di ogni intemperanza, da parte della dirigenza di Cgil e Fiom, per i sostenitori della strategia della tensione sindacale vengono sempre interpretate come parole di circostanza, invece che una dichiarazione di fermezza.

da il Fatto Quotidiano del 15 ottobre 2010