La lezione della storia dimostra come in alcuni frangenti cruciali il paese non sia stato salvato dalle sue maggioranze ma dalle sue minoranze. Sono state le minoranze che hanno fatto il Risorgimento, trasformando un popolo di tribù in una nazione. Sono state le minoranze che hanno fatto la Resistenza e hanno concepito la Costituzione. Non deve scoraggiare fare parte di una minoranza. (R.Scarpinato)

Il 16 ottobre la Fiom, che più ha contestato nella forma e nella sostanza l’accordo di Pomigliano, propone a Roma una manifestazione per mettere al centro del sistema il lavoratore e non la rincorsa al modello di sviluppo globale a tutti i costi.

È questo un esempio di minoranza appunto che propone un visione non allineata e dunque pericolosa: pericolosa perché potrebbe scardinare quegli equilibri sui quali si fonda l’oliata macchina dello sfruttamento spacciato per necessità del mercato.

Il precariato come ingresso al lavoro e l’abbassamento generalizzato delle salvaguardie salariali sono scelte dolorose condivise anche da alcune forze sindacali come il necessario prezzo da pagare per garantire la sopravvivenza delle imprese.

Nel momento in cui si può mettere in discussione un principio in nome della necessità, anche gli altri, che ora ci sembrano inattaccabili, sono in pericolo.

Tempo fa scoprii la vicenda di Mario Savio, uno sconosciuto figlio di emigranti italiani, che nel 1964 studiava fisica all’università di Berkeley e fu protagonista di un episodio che alcuni forse già conosceranno. Di fronte alle parole del rettore che, negando il diritto di parola richiesto dal Free Speech Movement, dichiarava che l’università non dovesse essere altro che una fabbrica il cui compito era quello di riempire delle teste vuote, plasmarle e farle lavorare per il sistema, Mario Savio trovò il coraggio di togliersi le scarpe, cautela dovuta ad evitarsi l’accusa di danneggiamento, e, salito su un’auto della polizia, affermò un pensiero, che, a distanza di anni, rimane drammaticamente attuale.

Il rettore ci ha detto che questa è una fabbrica di cui lui è il capo. E allora se lui è il capo, questo vuol dire che tutte le facoltà sono sue sottoposte, e che noi siamo solo la materia bruta, che non può avere parola sul prodotto finale. Che cosa saremo? Clienti dell’università, del governo, dell’industria, del sindacato organizzato. Ma noi siamo esseri umani.
Se tutto è una macchina, c’è un tempo in cui il funzionamento della macchina diventa così odioso, ti fa sentire così male al cuore, che non possiamo più partecipare, non possiamo neanche partecipare passivamente, dobbiamo mettere i nostri corpi in mezzo alle ruote e agli ingranaggi, sulle leve, su tutto l’apparato, dobbiamo farlo finire. E dobbiamo dire chiaramente al popolo, a chi sta guidando tutta la macchina, a quelli che ne sono i padroni, che, a meno che non siamo liberi, impediremo a tutta questa macchina di funzionare!”.

Ma noi siamo esseri umani” questa in fondo è la pretesa della Fiom: che il lavoratore, prima di essere parte della macchina del mercato, sia persona, con i suoi diritti, con i suoi bisogni, con la sua dignità.

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