A come Avviso ai Naviganti. Mi siete mancati. La sparizione dei vostri commenti e dei miei commenti ai vostri commenti mi ha lasciato come sordo e muto. Nostalgia improvvisa che si è placata alla notizia che niente è andato perduto: la memoria è salva e tutto è nuovamente leggibile e conservabile.

A come A proposito

Avevo promesso di tornare per meglio raccontarvi tutto intorno alla “Minestra Piazzesi” (commento dell’8 ottobre 2010 alle 14:18 nel post precedente “Zeta come Zebra”) detta anche “Minestra del Bruciato Felice”. Partendo da un soffritto di sedano carota e cipolla, portatelo a superare il color oro e il color rame. Nel momento in cui comincerà ad apparire il color bronzo aggiungete aglio tritato per ulteriore leggera soffrittura. Fermate il tutto con pochissimo pomodoro che farete tirare per qualche minuto insieme a presa di pepe e peperoncino. Allungate poi con l’acqua necessaria alla bollitura di porri, sedano, carote, cavolo verza, patate, e se toscani qualche foglia di cavolo nero. Il tutto tagliuzzato sgarbatamente ma non grossolanamente. Io divido successivamente delle salsicce in tre pezzetti calcolandone uno a scodella. Quindi se avete organizzato un minestrone per 21 scodelle stiamo parlando di 7 salsicce. Nel far sobbollire il tutto cercate una crosta di parmigiano che incuranti della sua fine avete lasciato in un angolo della vostra dispensa o ancor peggio in quel freddo buio frigorifero. Fatela risorgere a vita mondandola non dai suoi peccati ma dai vostri e sbruciacchiatela su fiamma viva. Buttatela dentro la minestra per definitiva lenta cottura insieme a una misura piccola e intelligente di lesso tritato, avanzo di un precedente bollito in assenza del quale, per risultato più garbato potete aggiungere ¼ o un ½ cappone dentro una rete affinché sia facile il suo recupero per successiva disossatura e ulteriore tritatura. Fate riposare il minestrone non meno di un’ora prima di consumarlo. La necessaria salatura dovrà tener presente il sale variabile delle salsicce.

B come Bolscevico

Non so perché Mario le avesse chiamate in quel modo. Certo è che quando dal retro-bottega della sua pizzicheria, meno cara di qualsiasi mensa scolastica e certamente più affettuosa, ci urlava “Ragazzi oggi ci sono le Castagne del Bolscevico” partiva dal nostro tavolo una sorta di giubilo che ci trasformava tutti in credenti e ferventi comunisti. La moglie di Mario, casentinese, sciroppava delle piccole castagne che venivano disposte in un gottino (piccolo bicchiere da mescita aih noi! cascato in disuso) sommergendole di un vin rosso cotto con abbondante zucchero fino a formare una quasi gelatina che veniva versata calda a coprire completamente la castagne e poi messe a raffreddare affinché la vinosa gelatina rapprendesse totalmente. Sapore di vino zucchero e castagne, molecole di legna che bruciava nella loro cucina economica dando a quel retrobottega la potenza di un convivio indelebile. Fu lì infatti che Mario citò per la prima volta, facendoci sobbalzare, tre righe del vangelo secondo S. Marco che aveva appreso la sera prima nella sua Casa del Popolo guardando il film di Pierpaolo Pasolini “La Ricotta”, stimolando così una discussione e un apprendimento altrettanto indelebile:

Non esiste niente di nascosto che non si debba manifestare;

e niente succede occultamente ma perché si manifesti.

Se qualcuno ha orecchi per intendere intenda”.