Non tutti si rendono conto di cosa rischiamo nell’economia mondiale e italiana. Per questo è giusto parlarne, sperando che non accada il peggio. Gli aspetti da analizzare sarebbero molti: la struttura e l’entità dei debiti pubblici, la socializzazione delle perdite d’impresa, la politica monetaria italiana prima e dopo l’euro, le scelte delle banche centrali e la loro interconnessione, il commercio e il ruolo della Cina nella globalizzazione…

Troppi per un post, ma è bene cominciare.

Oggi si susseguono voci rassicuranti sulla soluzione della crisi finanziaria globale. Tuttavia, solo a maggio 2009 il ministro Tremonti dichiarava che ad ottobre 2008 avevamo sfiorato una catastrofe e rischiato la bancarotta dell’occidente. Possibile che si sia rischiato tanto? E oggi siamo così tranquilli?

Il problema di fondo della crisi attuale va rintracciato soprattutto nell’eccesso di debiti. Era accaduto per i debiti dei privati nel 2007, i cosiddetti mutui subprime, vale a dire concessi a chi dava meno garanzie, e che poi non è stato più in grado di restituirli, in quanto l’importo erogato con il mutuo era spesso superiore al valore commerciale che avevano gli immobili, nella speranza che i prezzi salissero.

La cura messa in atto dalle Banche centrali è stata un’ulteriore erogazione di denaro (cioè la stessa causa della malattia!), e quindi la creazione di nuovo debito, questa volta non più privato (che vedeva come creditori a rischio le banche), ma a carico degli Stati stessi (che vede come creditori a rischio gli stessi cittadini). Per questo il problema oggi si è spostato dai debiti privati ai debiti pubblici, in particolare per i paesi a più alto debito.

È ovvio che se io faccio un mutuo molto grande, sia io un privato o uno Stato, devo poi ridurre le spese destinate ad altre voci, o addirittura non posso pagare cose che prima potevo permettermi. Il che si traduce per i cittadini in stipendi pubblici più bassi e minori servizi ai cittadini e alle imprese.

Oggi il nostro debito pubblico è di oltre 1.838 miliardi di euro, mentre i tassi di interesse sono bassissimi: addirittura in alcuni momenti quest’anno se si acquistava un BOT e si pagavano le tasse e le commissioni si otteneva un interesse negativo! Cioè si pagava per prestare denaro!

In Grecia la cosiddetta speculazione non si è più fidata della possibilità dello Stato di pagare i propri debiti, ed il risultato è stato devastante: interessi oltre l’11% e gravi scontri sociali.

Cosa accadrebbe se anche in Italia gli investitori non si fidassero più della nostra solvibilità e i tassi salissero di colpo oltre il 10%?

Ogni punto percentuale di incremento dei tassi equivarrebbe alla necessità di pagare 18 miliardi di euro in più l’anno; ipotizzando ad esempio un incremento di 6 punti di tasso di interesse medio sul debito complessivo, il costo aggiuntivo equivarrebbe circa a 90 miliardi di euro.

A questo aggiungiamo che l’Unione Europea ha stabilito che, oltre al fatidico rapporto deficit/PIL al 3% (cioè l’obbligo di non andare in rosso più del 3% ogni anno rispetto al PIL), ogni Stato dovrà ricondurre il rapporto complessivo del proprio debito pubblico al 60% del PIL entro 20 anni (pur, si spera, con alcuni correttivi in caso di debito privato contenuto, come richiesto dal Governo italiano).

Considerato che in Italia il debito pubblico era stimato ad aprile al 118% del PIL dovremo ridurre di un ulteriore 3% l’anno il nostro debito (oltre a non avere deficit) per 20 anni. Questo equivale ad una manovra di circa 50 miliardi di euro l’anno.

Se, speriamo mai, fossimo costretti contemporaneamente a sostenere il sacrificio richiesto dalla UE e a pagare interessi più alti di 5 punti sul debito, il sacrificio complessivo sarebbe quindi di circa 140 miliardi di euro l’anno, pari, ogni anno, a 6 volte la manovra estiva di Tremonti.

Infatti, la manovra estiva (che ha diminuito e bloccato gli stipendi pubblici, ridotto le risorse e i servizi degli enti territoriali e impedito nuove assunzioni, in tal modo ovviamente limitando i successivi consumi delle famiglie e degli enti pubblici e quindi il PIL), era di 24 miliardi di euro, pari ad un incremento solo dell’1,5 punti dei tassi di interesse!

In pratica, con una popolazione di 60.000.000 di abitanti circa e considerando che meno di 22.000.000 solo quelli che lavorano in Italia, sarebbe insostenibile socialmente per chiunque, ed elettoralmente per qualunque Governo.

Allora, in poche parole, forse rischiamo davvero il BOT-to!