Se una volta ormai circa mezzo secolo fa Umberto Eco scriveva della “fenomenologia di Mike Bongiorno” (assurto dopo i “professori” del ’94 quasi subito a mentore di Berlusconi in politica almeno per la parte “popolare” della comunicazione), oggi bisognerebbe pensare alla “fenomenologia di Francesco Totti”. “Er pupone”, che stimo moltissimo come calciatore e non mi dispiace affatto come persona (anche se è andato ai Mondiali vinti di Germania come giocatore “criptato” dagli infortuni), ormai è tutto e tutti – altro che Totti –: è un calciatore e un ex calciatore, un capitano e un testimonial di una compagnia di telefonia mobile, un “senatore” romano da SPQR e un portavoce di se stesso nelle polemiche con Ranieri ecc.

È insomma la modernità o ancora meglio la contemporaneità in mutande e scarpini, per ciò che significa oggi e ancora di più per quello che progressivamente si avvia a diventare: intendo il calcio fuori dal calcio, l’indotto che soverchia la fabbrica principale che dovrebbe essere quella dei gol, le parole che sembrano quasi più importanti delle azioni. Delle buone azioni. L’ultima querelle tra Totti e la Roma, per esempio, tacitata nel silenzio stampa dall’ancora presidentessa Rosella Sensi, quella che vede coinvolto l’asso della romanità e il tecnico della medesima, appunto non è che l’ultima in un mondo rotondolatrico diventato suo malgrado parolaio. Suo malgrado, sì: essendo tutta la società italiana (ma non solo) che sembra vivere in un perenne talk-show, o Grande Fratello che sia. Sempre a favore di telecamera, mai impallati da altro, da un’idea, da un concetto, da un valore, da un principio.

Si sentono osservati, ci osservano, li osserviamo, si comportano come si aspettano che noi li vogliamo: o giù di lì… Vi ricordate di un tempo in cui i calciatori e spesso anche gli allenatori non proferivano verbo, se non per dire “voglio vincere domenica”? È passato un millennio… Oggi specie se sponsorizzati da qualcuno interno o esterno a questo stesso ambiente che intenda “vendere” ogni millimetro del calciatore testimonial pubblicitario, di un prodotto, di se stesso, del Baraccone Rotondo, i calciatori parlano, parlano, parlano e per certi versi giocano sempre di più come quantità e ovviamente (essendo banalmente collegate le due cose) sempre meno come qualità.

Non Totti, ma tutti. Del resto quello che è accaduto alla mediaticità applicata al pallone, il cui indotto è appunto affidato in primis ai diritti tv e in secundis alle parole collegate – per cui uno che non rilasci dichiarazioni dopo una partita in un calcio in cui le telecamere entrano nei cessi e nei calzettoni prima delle partite, è visto come una specie di iconoclasta, di passatista, di eccentrico, di eretico, di mercantilmente recalcitrante… – è talmente evidente da avere bisogno di poche chiose.

Casomai c’è da fare un raffronto con le parole della politica e nella politica. Da Berlusconi in poi, ma dietro di lui tutti gli altri, ma proprio tutti, la politica è passata dalle “convergenze parallele” di Aldo Moro, incomprensibili ai più e messaggi cifrati tra loro, al più puro “calcese”, dichiarazioni svuotate di contenuto dall’essere smentite e disdette ad horas, dichiarazioni contraddittorie meglio se insensate perché “fanno più colpo sul pubblico” (bue, devo aggiungere?), dichiarazioni come gusci d’ostrica svuotati della polpa, stracci che volano nel cielo bassissimo della nostra politica, ormai rasoterra.

E il calcio che altro ha fatto se non mutuare il “politichese” di oggi, a sua volta ricopiato nei modi dal calcese di ieri? Di qui l’effetto Mourinho, il migliore in questa speciale disciplina sportiva e le tonnellate di tv, radio, Internet e carta stampata sulle dichiarazioni più appetibili e più “cazzute” dei nostri garretti. Stanchi. È merce che si vende bene, come la politica del rigurgito e del fumetto e l’invasività dell’orrore modello Sarah Scazzi assassinata mille volte, prima dallo zio Orco e poi ier l’altro (ma temo anche ieri, oggi, domani…) dalla tv. Di questo passo rimpiangeremo la “tenera” Franzoni e il duo orrido “Olindo e Rosa” con i loro nomi congiunti, da trattoria. Detto ciò, rimpiangere il silenzio banale e circoscritto dei calciatori di una volta è insensato, perché né giusto né possibile.

La domanda è casomai se tutto ciò, intendo la trasmutazione del metallo “piedi di calcio” in “parole di calcio”, significhi qualcos’altro in generale e un progresso in particolare, nello specifico in calzoncini. E allora: progresso del calcio lo escluderei, almeno come fenomeno complessivo ricco di valenze ma povero, sempre più povero di umanità e significato; sviluppo in denaro e in maturità dei calciatori di oggi direi senz’altro di sì, ma il tutto in un contesto più generale in cui le parole sono gusci oppure pietre e non più parole semanticamente valide e tutto ciò sempre di più e sempre più velocemente. E ormai da sempre più tempo. Per questo forse la “fenomenologia di Totti” assai metacalcistica sarebbe interessante per gettare un occhio più curioso e informato su tutto il teatro. Per capire se la pièce sferica non si sia spostata “sotto i nostri occhi complici” davvero altrove, non più sul palcoscenico del “terreno di gioco” (da virgolettare nella metafora) bensì nei camerini e poi in strada, nei capannelli che aspettano l’uscita degli artisti. Forse sottovalutando che l’uscita di scena non converrebbe in teoria proprio a nessuno.

P.S. Ma che sto dicendo? E Murdoch? E Mediaset? E tutto il baraccone?

da Il Fatto quotidiano del 9 ottobre 2010