Ieri sera sono stato inondato da una valanga di chiamate, di messaggi e di post su facebook.

Su Wikipedia qualcuno mi aveva dato per morto.

Forse per un effetto riflesso, questa notte ho sognato di essere morto veramente e di trovarmi già nell’al di là. Per quel che ricordo del sogno, non ero ancora stato assegnato in Paradiso, né – per buona pace di qualcuno – mi trovavo all’Inferno, o in Purgatorio.

Ero, invece, in un grande androne insieme a tante persone, morte come me.

Qualcosa mi faceva sembrare quel luogo simile ad un palazzo di giustizia, dove venivano celebrati i processi ai morti che, come me, a turno venivano giudicati e poi spediti al Paradiso, in Purgatorio, o all’Inferno.

Il Tribunale dell’al di là, molto simile a quelli che ricordavo nella terra, era composto da tre giudici. C’era un Pubblico Ministero che sosteneva l’accusa e ciascuno dei morti era assistito da un avvocato.

Si dà il caso che mentre aspettavo il turno di essere giudicato è iniziato il processo ad un altro morto, che era arrivato prima di me. Non ci crederete ma si trattava proprio di Silvio Berlusconi. Manco a farlo apposta, come difensore lo assisteva l’avv. Ghedini. Aperta l’udienza, il processo a Berlusconi è iniziato con delle eccezioni preliminari dell’avv. Ghedini, tutte respinte dal Tribunale. Il Presidente, infatti, ha osservato che nel diritto dell’al di là non vale il legittimo impedimento e che nemmeno il lodo Alfano è mai stato recepito in quell’ordinamento. Nell’al di là, inoltre, non hanno mai varato la modifica della legge sul falso in bilancio e quella sul calcolo dei termini della prescrizione, con le quali Berlusconi sulla terra, quand’era vivo, ha scansato una serie di processi.

Invano Berlusconi e il suo difensore hanno protestato e fatto appello al ministro della Giustizia.

Quando gli hanno detto che nell’al di là il ministro non era Angelino Alfano, entrambi ci sono rimasti molto male. Si perché nell’al di là non poteva nemmeno aiutarli quel campione di efficienza dell’omologo ministro della Giustizia di Santa Lucia, Lorenzo Rudolph Francis che, sulla terra, in tre giorni era riuscito a fare per Berlusconi quello che Angelino Alfano non era stato capace di fare nemmeno in tre anni.

Respinte tutte le eccezioni è iniziato il processo.

Il Pubblico Ministero ha letto le imputazioni, contestando i peccati che Berlusconi aveva commesso sulla terra, quando era vivo. La prima accusa era quella di essere stato blasfemo e di avere offeso il nome di Dio.

Invano la difesa di Berlusconi ha cercato di difendersi, cercando di «contestualizzare» la frase incriminata.

Il Presidente del Tribunale sembrava più determinato della Gandus e così gli ha respinto pure la richiesta di citare come teste a difesa monsignor Fisichella con una secca battuta: “Grazie avvocato, ma nell’al di là sappiamo contestualizzare da soli il significato della parole”.

Invano Berlusconi ha preso la parola per rendere dichiarazioni spontanee. Ha continuato a ripetere che lui, sulla terra, era stato un fervente cattolico e che, era stato pure amico di don Gelmini. A questo punto ho visto il Pubblico Ministero che prendeva nota. Chissà perché.

Quando poi Berlusconi, continuando la sua difesa, ha detto pure di essere stato, sulla terra, un assiduo praticante e di essersi fatto regolarmente la Comunione, il Presidente è insorto più irritato e determinato di prima, disponendo la trasmissione del verbale dell’udienza al Pubblico Ministero dell’al di là.

Tanto Berlusconi che l’avvocato Ghedini si sono manifestati sorpresi. A guardarli in faccia, come si suol dire, sembravano caduti dal cielo. Il Presidente del Tribunale a questo punto ha osservato che Berlusconi era divorziato e risposato civilmente. Pertanto, secondo il Diritto Canonico, valido per tutti i cattolici (senza eccezione alcuna), ai divorziati risposati non è ammesso accedere al sacramento della comunione.

Invano Berlusconi ha cercato di far capire al Tribunale che lui non è un cattolico qualunque. Che ha fatto molto per la Chiesa e ancora di più per l’istruzione cattolica (specie per quella privata).

Il Tribunale è stato irremovibile e così il Pubblico Ministero è potuto passare alla lettura del secondo capo di imputazione.

L’accusa di “lussuria”, in questo caso, sembrava ancora più grave della prima. Per quella, peraltro, Ghedini non poteva citare come teste a difesa nemmeno mons. Fisichella, perché non si sarebbe presentato a testimoniare. Citare don Gelmini avrebbe potuto peggiorare le cose. Così il buon avv. Ghedini, come aveva fatto sulla terra, ci ha provato a sostenere la tesi che, in fondo, Berlusconi era solo “l’utilizzatore finale”.

A questo punto il Presidente del Tribunale l’ha stoppato, ricordandogli che lì (o meglio: nell’al di là), l’accusa non era di “sfruttamento della prostituzione”, ma ben altre. Poco valevano pure le tesi del complotto dei magistrati comunisti, in combutta con la D’Addario. Pure poco sarebbe valso citare Tarantini. Le intercettazioni telefoniche, i commenti sulle docce fredde e sul lettone di Putin, inchiodavano inesorabilmente il fu premier italiano innanzi alle sue responsabilità per l’accusa di lussuria.

Ghedini – probabilemnte per rispetto – non se l’è sentita nemmeno di sostenere l’unica tesi che forse gli avrebbe consentito di far assolvere il suo cliente. Ha rinunciato così a far valere l’eccezione del reato impossibile, per inidoneità dell’oggetto o per mancanza dell’azione, ed ha preferito articolare la difesa in altro modo. Ha così iniziato una strana arringa, sostenendo che l’accusa riguardava una normale condotta di un leader politico, nell’ambito delle doverose pubbliche relazioni connesse all’incarico. Ha pure continuato sostenendo che si trattava solo di un necessitato esercizio fisico di riabilitazione delle prostata.

A queste affermazioni il Presidente s’è mostrato più rigoroso di Minosse, quando è diventato tutto buio e si è abbattuta una bufera. Ho avuto netta la sensazione di rivivere ciò che avevo studiato nel V Canto dell’Inferno, quando, per la paura, mi sono svegliato di soprassalto.

In contemporanea mi si è accesa la radiosveglia ed è partito il giornale radio della RAI. Il primo servizio era un’intervista a Berlusconi, che annunciava lieto la nomina di Paolo Romani a nuovo ministro dello Sviluppo economico (della Mediaset, ho pensato subito io .…) e che rassicurava gli italiani che il Governo sarebbe arrivato alla fine della legislatura.

A quel punto mi sono accorto che era stato tutto un sogno e, per un solo istante, mi sono quasi rammaricato di non essere morto veramente.