Ieri, domenica 3 ottobre, l’Agorà di Qui Milano Libera è ripartita da piazza San Babila. Mi piace raccontare questa esperienza di impegno civile anche ai lettori de ilfattoquotidiano.it.

Le Agorà sono speaker’s corner che da un anno teniamo nelle piazze del centro di Milano, al sabato o la domenica pomeriggio, quasi ogni settimana,  in assoluta indipendenza, con regolare preavviso alla questura.

Il gruppo promotore è formato da poche persone, ventenni e trentenni, che hanno deciso di uscire dalla passività e di esprimere pubblicamente il proprio sdegno. Quel che ci unisce è la volontà di riprenderci la parola e di riattivare la partecipazione critica. Quel che proviamo a fare è un lavoro di semina culturale, per diffondere informazione e dissequestrare la politica alle oligarchie.

La bussola è la Costituzione, il simbolo è il tricolore, il punto di vista è una intransigente opposizione all’attuale governo e ai suoi falsi oppositori.

La parola chiave dell’Agorà è responsabilità. Quel che chiediamo a chi ascolta non è di crederci, ma di verificare se quel che diciamo è vero. Quel che cerchiamo non è il consenso, ma la condivisione di un metodo di cittadinanza attiva. Quel che testimoniamo è un’alternativa all’indifferenza e all’assuefazione.

Gli elementi fissi dell’Agorà sono questi: un tavolo, uno striscione con una scritta che cambia di settimana in settimana (di fronte alla Rai di corso Sempione fu: “il Tg4 vi fa una pippa!“), migliaia di volantini, cartelli, un impianto voci che è andato a sostituire l’iniziale e mai rinnegato megafono. Presto ci doteremo di un gazebo e di un paio di sedie. In prospettiva c’è un impianto di proiezione video, per portare in piazza le immagini negate al pubblico Raiset.

Dopo il rodaggio del primo anno, ora ci vogliamo organizzare meglio, raccogliendo nomi e indirizzi mail in modo sistematico; coinvolgendo le tante persone che si offrono di partecipare attivamente, dando vita a iniziative tematiche di informazione.

Il metodo dell’Agorà è tutt’uno con il suo senso: l’integrazione fra web e piazza: ci si ritrova sul web per convocarci in piazza. Riflettiamoci: la rete internet è uno strumento meraviglioso, ma senza uno sbocco reale l’attivismo virtuale diventa sterile. Anche per questo non pubblichiamo video delle Agorà. Vogliamo che le persone escano di casa: chi non può verrà la prossima volta. Chi abita lontano, prima o poi con i suoi amici potrà convocare un’Agorà nella propria città: questo contagio è lo sbocco che cerchiamo.

Anche l’Agorà ha i suoi costi, sia pure non elevati, e noi li copriamo con i contributi volontari – ogni volta facciamo girare una cassetta – consapevoli che l’autofinanziamento è l’unico modo per essere liberi.

Poi c’è la voce e la personalità, le ossessioni e la mimica di chi prende la parola, per lo più improvvisando, per leggere un brano di un libro, per abbozzare un’analisi politica o per commentare una notizia di cronaca. All’Agorà il microfono passa di mano in mano, ognuno può intervenire, anche in dissenso rispetto alle idee del gruppo promotore. Quante organizzazioni politiche porgono il microfono senza filtri alla platea? Ma è solo così che può rinascere un confronto fra i cittadini, e prima ancora fra esseri umani pensanti, contro ogni logica binaria “amore-odio” o da tifoseria calcistica.

All’Agorà si fermano centinaia di persone, molte si siedono per terra. Tanti, sempre di più ci conoscono e vengono a respirare un’ora d’aria, ad ascoltare idee che condividono. Altri obiettano e qualcuno ci contesta. Capitano anche i pazzi e i fanatici, inevitabili. Ma in decine di uscite in piazza non è mai accaduto un solo incidente.

Tra i passanti, i berlusconiani di stretta osservanza sono inconfondibili. Guardarli e starli a sentire con attenzione è un’inchiesta sugli effetti del regime mediatico. Dal loro livore verso chi la pensa diversamente capisci come la propaganda si deposita nel cervello delle persone, e le incattivisce. In un anno di Agorà ce ne hanno dette di tutti i colori: comunisti, andate a lavorare, siete invidiosi, fatevi una vita, voi e i vostri giudici che dovrebbero andare in galera. E poi epiteti irriferibili, gratuiti, spesso provenienti da signori anziani all’apparenza rispettabili, individui fanatizzati che fanno gestacci, stracciano platealmente i nostri volantini o ripetono come dogmi di fede slogan privi di senso ascoltati in tv. Cercare un confronto basato sui fatti con loro ormai è impossibile.

Quasi tutti i ragazzi del gruppo hanno iniziato a parlare in pubblico all’Agorà: la prima volta fu alle Colonne di San Lorenzo nel luglio 2009 (venne a trovarci a sorpresa Salvatore Borsellino), e poi piazza Cordusio (ancora ricordo un’Agorà tematica contro il metodo Feltri, che ci valse un grazioso articolone in seconda pagina del Giornale); piazzetta san Carlo, le tante e tante volte in piazza Mercanti, a venti passi dalla famosa Banca Rasini.

Ogni tanto l’Agorà intercetta polemiche calde di cronaca: con Grillo e Di Pietro, il 9 gennaio, sotto la pioggia, dicemmo NO a via Craxi; con Carlo Smuraglia, Peter Gomez e tanti altri, il primo luglio, a 40 gradi all’ombra, spiegammo le ragioni del dissenso alla legge bavaglio; in concomitanza con la manifestazione di Roma per la libertà di informazione, il 3 ottobre 2009 demmo vita a un memorabile speaker’s corner in piazza Mercanti davanti a tremila persone. Era una notizia, ma il Corsera non pubblicò nemmeno mezza riga nelle cronache cittadine. Dovetti scrivere direttamente a De Bortoli per veder pubblicato un trafiletto riparatorio due giorni dopo.

L’Agorà è un metodo, una formula aperta, antitetica al qualunquismo. Abbiamo intenzione di valorizzare ogni pratica di buona politica,dando spazio e facendo rete con ogni gruppo o comitato che abbia un’idea condivisibile, dal movimento che propone i referendum cittadini per la qualità dell’aria ai movimenti che si battono per l’acqua pubblica o per una proposta di legge popolare in favore delle energie rinnovabili. Basilio Rizzo, ottimo consigliere comunale di opposizione a MIlano, spesso viene a trovarci per raccontarci fatti e misfatti di Palazzo Marino.

Nando dalla Chiesa ha definito questi nostri nostri spazi di parola libera “prove tecniche di democrazia”. Una definizione bella e lusinghiera, un’intuizione e insieme un auspicio. Se in tanti, fra la cospicua minoranza di persone informate e consapevoli, decidessimo di metterci davvero in gioco in prima persona, un grande cambiamento rispetto a un presente così indegno e incivile sarebbe ancora possibile.