Il disordine del cervello si cura con l’ordine dell’Istituto”. E il dottore, “se si leva il camice diventa matto pure lui”. Ascanio Celestini la vede così. Ma non perchè siamo tutti matti (banalità), ma perchè è l’ordine stabilito che crea il dispositivo per discriminare, per decidere chi sta dentro e chi sta fuori. Chi fa il dottore e chi fa l’internato.

Ne La pecora nera Celestini racconta la vita di Nicola. Trent’anni nell’Istituto psichiatrico senza una vera ragione. Solo perchè nei “favolosi anni Sessanta” al povero Nicola non è andata bene. Con quella madre lobotomizzata, quel padre padrone, quei fratelli cattivi e disonesti. Gli anni Sessanta per lui non sono stati per niente favolosi. E sono finiti subito. A un tratto si sono trasformati nei Settanta. E la situazione è precipitata. La sua esistenza si è sempre più sdoppiata. Fino al maniconio, dove per sopravvivere bisogna trovare un’identità alternativa. Così, tra suore e dottori, Nicola ha trasfigurato la sua vita da pecora nera. E la tristezza, alla fine del film, è profonda. Sullo schermo, troviamo Celestini all’ennesima potenza. Con tutta la sua capacità di narrare, il suo flusso di parole e ripetizioni (che qui diventano parte del senso, perché la follia è anche l’impossibilità di uscire dai propri significanti e significati), le figure popolari e terrigne tratteggiate con maestria (la nonna è stupenda). Dolcezza, poesia e durezza tenute assieme dalla bravura di uno scrittore magnifico, capace di realizzare un film “diverso”, fuori dalle regole dell’Istituto del cinema.

Un film asfissiante e girato in pochi ambienti, scabrissimo e con una fotografia angosciosa (firmata da Daniele Ciprì, della premiata e mai troppo lodata ditta Ciprì e Maresco), che attraversa gli ultimi 30 anni del nostro paese e parlando di Nicola parla anche di uno smarrimento collettivo. Perché il protagonista non è pazzo. Lo diventa. Per la crudeltà e la pochezza degli altri. Dalla famiglia alla scuola. Perché l’ordine dell’Istituto struttura il cervello e sacrifica Nicola alla soluzione più semplice. Lui, che in realtà è un bambino sensibile e spaventato, come tutti i bambini che non sono amati. L’unica presenza umana è la nonna. Che però “era già vecchia negli anni ’20”, vive di rituali e soprattutto scambia le uova fresche, appena uscite dal culo della gallina, per ricevere favori da tutti. È l’unico modo che conosce per stare al mondo. Vuole parlarci dell’Italia, Ascanio Celestini? La pecora nera è (anche) metafora del nostro paese? Molto probabile. E tanti indizi concorrono a dare questa impressione. Soprattutto i riferimenti ai decenni che passano, all’Italia che cambia. E quella scena, terribile, della cancellata da scavalcare. Che segna il punto di non ritorno. Da cosa, decidetelo voi.

Dal punto di vista cinematografico, la voce fuori campo di Celestini – un vero sottotitolo sonoro al visibile delle immagini – funziona perfettamente in un film che separa la realtà dal suo racconto. Che parla di un pensiero che sta “altrove” e non corrisponde alle azioni. Ma più in generale, ne La pecora nera c’è un’intensità narrativa, un moto cullante e avvolgente, che rende forte anche la parte centrale, quella più tradizionale: quando Nicola incontra la bambina che amava da piccolo, Marinella (Maya Sansa), il film sembra prendere una strada “lineare”. La figura di Marinella è infatti l’unica realistica, mentre gli altri personaggi sono mutanti/mutati dal romanzo interiore del protagonista. Marinella no. E la sua concretezza provoca una reazione così forte in Nicola (la scena della corsa al supermarket è davvero urticante) da risultare stonata. A ben vedere non lo è e traghetta nell’inesorabile finale: è l’ordine dell’Istituto a creare l’ordine del cervello. Per sempre. E indietro non si torna. La pecora nera è un oggetto spiazzante. A una prima visione può risultare un film semplice. Non lo è. E bene ha fatto Muller a volerlo in Concorso a Venezia, perché su uno schermo sempre più anestetizzato e conformista vale la pena vedere qualcosa che pone interrogativi stilistici e sostanziali.