Morti o ammalati per trasfusioni di sangue infetto. In Italia sono 80mila negli ultimi 30 anni, 409 le vittime accertate e solo fino al 2001. Appena 700 quelle che hanno ottenuto un risarcimento. Mentre altre 5mila persone che attendono i soldi dallo Stato molto probabilmente non vedranno un euro a causa della prescrizione del reato. Una lunga strage silenziosa che dopo anni di buio e pantani burocratici sembra intravedere una soluzione. La svolta starebbe nel tipo di reato inizialmente rubricato sotto la formula “omessa vigilanza della tracciabilità del sangue” e trasformato prima dal gup di Trento nel 2002, Giorgio Flaim, poi confermata nel 2007 dal gip di Napoli, Maria V. De Simone, in “epidemia colposa”, rimodulata sotto la dicitura “omicidio colposo plurimo aggravato”. Reati che comunque allungano la prescrizione da 5 a 15 anni, restituendo il diritto di risarcimento alle vittime. Ma il condizionale è d’obbligo, perché a oggi vale e resta una sentenza della Cassazione Sezioni unite civili che nel gennaio 2008 (la n.581) blinda a cinque anni il termine per cui il reato viene estinto. E addio ai risarcimenti.

Da 17 giorni, intanto, un gruppo di cittadini, infettati per colpa di una trasfusione sbagliata di malattie come l’Hiv, l’epatite B o C, provenienti da tutta Italia, stazionano con un camper davanti a Montecitorio. Giorno e notte. Attendono che il ministro della Salute Ferruccio Fazio o qualcuno della maggioranza li riceva e che con loro prenda un impegno scritto. “Questo governo ci aveva promesso – dichiara Sara, una ragazza che ha perso il padre a causa di una trasfusione con sangue contaminato – che avrebbe riammesso le persone escluse per prescrizione dal risarcimento attraverso un decreto legge apposito, ma ancora non abbiamo visto nulla”. Al danno si aggiunge la beffa: l’indennità di 500 euro al mese circa, riconosciuta alle vittime delle trasfusioni da una sentenza della cassazione del 2005, è stata tagliata con la recente manovra finanziaria. “Un aumento che avrebbe portato circa 150 euro al mese – racconta Andrea, affetto da hiv, epatite B e C – se non fosse che l’ultima Finanziaria di Tremonti ha stoppato tutto”.

Per i familiari delle vittime, dunque, gli sviluppi giudiziari restano una buona notizia solo a metà. Tutto, infatti, è appeso ai prossimi esiti giudiziari di un’inchiesta imponente partita nel 1994 dalla procura di Trento con l’aiuto della Guardia di finanza. Fin da subito nel mirino dei magistrati ci sono i grandi nomi delle case farmaceutiche. Dall’elenco dei 12 indagati spunta anche il nome dell’imprenditore farmaceutico Guelfo Marcucci. Di lui sono noti i rapporti con l’avvocato inglese David Mills molto vicino a Silvio Berlusconi. Mills avrebbe curato gli interessi off shore dello stesso gruppo farmaceutico. L’inchiesta è talmente vasta che coinvolge anche Duilio Poggiolini, ex potente direttore del servizio farmaceutico nazionale del ministero della Salute, coinvolto nel troncone romano di Tangentopoli. Poggiolini, secondo l’accusa, per anni avrebbe omesso di controllare il plasma importato e utilizzato per la produzione di farmaci salva-vita.

Nel 2003, però, tutto si blocca perché gli avvocati della difesa sollevano una questione di competenza. In sostanza la prima denuncia non sarebbe stata fatta a Trento, ma a Napoli. E dal capoluogo campano il processo riparte. Ma non nel 2003, bensì quattro anni dopo. E qui il gip De Simone spariglia le carte parlando di “epidemia colposa” accertata. Sulla carta cambierebbe tutto. In particolare la prescrizione. Condizionale d’obbligo, perché poche settimande dopo la svolta giudiziaria, arriva la mazzata della Cassazione del 2008. “La sentenza – dichiara l’avvocato Ermanno Zancla, legale di alcune delle vittime – ha stabilito che il termine di prescrizione per intraprendere un’azione risarcitoria nei confronti del ministero della Salute, per omessa vigilanza sulla “tracciabilità” del sangue, sarebbe di 5 anni dalla presentazione della domanda di indennizzo se il danneggiato è in vita e di 10 anni dal decesso del danneggiato causato dalla malattia connessa a cause inerenti la patologia”.

Intanto l’inchiesta del pm napoletano Pasquale Ucci promette di allargare la lista degli indagati anche alle ditte farmaceutiche straniere che fino ad oggi sono rimaste nell’ombra e non è escluso che venga cambiato anche il capo di imputazione a carico degli indagati, da: “omicidio colposo plurimo aggravato” al ben più pesante “omicidio volontario plurimo pluriaggravato”. Gli avvocati delle vittime poi sollevano un altro punto decisivo. Si tratta di alcuni documenti che dimostrano, inequivocabilmente, che lo stesso ministero della Salute ha riconosciuto l’epidemia proprio nei processi di Trento e nel procedimento in corso a Napoli. “Sull’epidemia – racconta l’avvocato di parte civile Stefano Bertone – il ministero ci ha fondato la sua richiesta di risarcimento danni da 60 milioni di euro a Poggiolini e alle industrie farmaceutiche sul processo in corso a Napoli, dunque oggi semplicemente non può dire che non esiste. Ed ecco perché oggi non possono esistere danneggiati prescritti: perché per nessuno sono trascorsi 15 anni tra il momento di presentazione delle domande di indennizzo e il momento di presentazione della causa di risarcimento”.