Nelle ultime due settimane ho ricevuto alquanti messaggi di posta elettronica e telefonate riportanti gli esiti di concorsi vinicoli anglosassoni, qualificati come eventi d’importanza mondiale: sono stati premiati dei vini italiani. Ciò è parso così rilevante da meritare spazio in diversi quotidiani nazionali e agenzie stampa, che non hanno tralasciato l’euforia delle aziende cui è stato elargito un premio, e dei Consorzi cui esse appartengono. È la festa e il riconoscimento del vino italiano: evviva l’Italia, evviva il vino!

Dopo la penuria di vendite nei mercati internazionali, dopo gli “indegni tentativi della magistratura d’infangare il nome dei vini italiani con indagini speciose” (dichiarazione abbellita di un noto produttore), finalmente la giusta glorificazione, l’apoteosi…. che è più un’apocolocintosi, ossia la satira di un apoteosi.

Ad esempio Il Brunello di Montalcino Riserva 2004 del Castello di Romitorio, di proprietà dell’artista Sandro Chia, fatto dall’enologo Carlo Ferrini, sarebbe il miglior vino rosso del mondo secondo l’International Wine Challenge: pur senza essere nemmeno fra i migliori Brunello di Montalcino.

A che giovano gli esiti di tali concorsi?

Davide Paolini sul Sole 24 Ore ha scritto: “È una panacea il riconoscimento al Castello di Romitorio, in questi periodi non certo felici per il Brunello di Montalcino; il pubblico dei consumatori, specialmente americano e anglosassone, è notoriamente molto influenzato dai media… il riconoscimento della giuria International Wine Challenge, per quanto possa valere in un contesto internazionale, mostra quanto oggi sia bizzarro cercare a tutti i costi essere “globali” o meglio, piacioni, attraverso appunto l’esasperato utilizzo di vitigni apolidi o, in altri casi, con il ricorso “forzato alle barrique” (vini dei falegnami)”.

Tralasciando che il Castello di Romitorio sia comunque fatto in barricche, non mi pare che questo vino possa stimarsi un fulgido e rappresentativo esempio di Brunello. Quindi il riconoscimento non è una panacea. Del resto l’enologo che fa questo Brunello, si definisce da anni un merlottomane (sic!) e afferma che il Sangiovese è un vitigno inferiore. Peraltro, pur essendo da mesi inquisito dalla Procura di Siena, l’enologo o flying winemaker continua a fare vini dal Trentino alla Sicilia: i quali continuano ad essere premiato dalla guida del Gambero Rosso, come si legge in questi giorni. Quasi che conti più un enologo che un vino. Nessuna panacea.

Pertanto, si ha l’impressione che tutti questi concorsi altisonanti, cui ho invero talvolta partecipato, siano più ciechi dei metodi di degustazione che adottano. Difatti un altro premio, indetto dalla rivista vinicola inglese Decanter, ha decretato miglior vino bianco del mondo il Soave Doc Motto Piane 2008 dell’Azienda Fattori. Non si può non provare un sussulto di letizia, pur aggrottando le sopracciglia, giacché riesce difficile paragonare un Soave a uno Chardonnay di Borgogna, o a un Sauvignon della Loira o a un Grüner Vetliner della Wachau. Occorre però considerare che tale risultato è decretato da severe commissioni di esperti che assaggiano, anestetizzano e stratificano il palato con cinquanta-cento vini al giorno. E così, dopo quasi 11.000 vini assaggiati, si proclama che il Soave sia il miglior vino bianco del mondo.

Ma non è il Riesling Renano?

A proposito di Riesling, e non di vino italiano, ma sempre di apolocintosi: c’è stato pure anche un concorso di Riesling a Roma, il preteso “Best of Riesling”. Esso si pregia di essere il più grande concorso ufficiale del mondo dedicato al Riesling, pur essendo ignoto alle più rinomate aziende di Riesling del mondo. Gli esiti del neonato concorso paiono eloquenti, giacché i Riesling premiati da una giuria di presunti esperti, non sono minimamente comparabili ai più buoni Riesling del mondo. Per intenderci, è come se si facesse un torneo mondiale di calcio senza le squadre migliori. Che senso ha, poi, decretare che la vincitrice sia la migliore squadra del mondo? Dunque, se è proprio necessario fare un torneo consimile, si faccia attenzione che non manchino le squadre migliori. E che si conoscano. O che almeno se ne abbia un’idea. D’altronde le migliori aziende di vino non hanno alcun interesse a fare tali competizioni…