Un anno fa nasceva questo quotidiano. Nessuno credeva che sarebbe sopravvissuto e tanto meno che avrebbe avuto il plauso straripante di tanti italiani. Un anno fa, dopo pochi giorni dalla sua nascita, questo giornale pubblicò un pezzo dal titolo “Basta. Cambio Vita”. Era il 9 ottobre, il giorno dopo l’uscita di “Adesso Basta” (Chiarelettere). Nessuno poteva immaginare il successo che avrebbe avuto, tanto meno il coming-out generazionale che ne è scaturito.

Un anno di un giornale sorprendente e un anno di fenomeno di massa: il Downshifting, termine che oggi corre sulla bocca di tutti e allora era del tutto sconosciuto. Il libro è diventato un long-seller, ma quel che più impressiona è l’ondata di messaggi che ho ricevuto (siamo quasi a 70.000) e che prosegue tutt’ora, a testimonianza che un anno fa, in tempi di crisi (come oggi), parlare di cambiamento, di abbandono del lavoro tradizionale, di uscita dai ranghi borghesi e consumistici tipici della decadenza capitalistica, non era un’idea balzana. Grazie al Fatto che lo capì e che ospitò il mio articolo.

Quel che è accaduto lo descriveva molto bene qualche giorno fa il dorso del Mezzogiorno del Corriere della Sera (Marco Imarisio fu il primo, insieme al Fatto, a dedicare ampio spazio al Downshifting). Decine di migliaia di persone che meditavano in silenzio di uscire dal sistema, o che avevano rinunciato (criticatissimi e dileggiati) ai suoi vantaggi consumistici e di ruolo, si sono sentiti improvvisamente rappresentati, riabilitati, addirittura alla moda. Che in questo Paese ci fossero persone che ragionano con la propria testa, nell’epoca del berlusconismo, chi poteva figurarselo? E invece ce ne sono, e sono anche tante. Sono parte dell’ossatura del Paese, i trenta-cinquantenni, quelli che dovrebbero fare fuoco e fiamme verso soldi e potere, o almeno verso crescita e impegno produttivo, grazie all’esperienza e alle capacità. Non solo single, non solo coppie, anche intere famiglie. L’anagrafe li chiama alla guida del Paese, a sorreggere il leviatano “social-divertentistico” (per dirla col Bianciardi de La Vita Agra, 1961), ma loro che fanno? Vogliono ridurre ritmo e entrate, a favore di tempo, qualità della vita, relazioni sane. Fino a “Adesso Basta” era impossibile dichiararsi, sarebbe stato un massacro. Genitori, superiori, amici, ci avrebbero presi per pazzi. Io me lo ricordo bene. Quando ho lasciato carriera, lavoro, stipendio, casa, non potevo godere della legittimazione di un libro di successo (che sarebbe venuto tre anni dopo). Ma i giornali, le televisioni, i lettori, in questo anno hanno accolto il Downshifting con il calore imprevedibile della buona novella. Negli uffici, nei bar, nelle scuole, il termine è iniziato a circolare come una sorta di abracadabra, un treguna-megatis, un mantra. “Qualcuno dice che si può…” “qualcuno dice di averlo fatto”. Sacrilegio: qualcuno sostiene che la vita costa poco se non si buttano via i soldi, che non lavorare in un ufficio non è così impossibile, che le case costano poco in luoghi bellissimi del nostro Paese, che sobrietà significa dignità, che la solitudine è una risorsa, che molte cose possiamo autoprodurle. Ma non lo dice soltanto, l’ha fatto! E’ uscito dal cerchio viscido del consumismo e dell’assenza di senso, dicendo “non nel mio nome!” a dimostrazione concreta che se ci si prova non si muore fulminati (né di fame…). Non succede niente!

Anzi, qualcosa succede, e molto importante. La vita prosegue, orribile e splendida come sempre, ma piena di sorprese, senza il peso dell’ansia e delle responsabilità sul cuore, disinseriti dalla follia ma perfettamente inseriti nel mondo, senza tentazioni eremitiche o eccessi di francescanesimo. Come si sarebbe detto un tempo: normali. Cioè come dovrebbe essere la vita sempre, per moltissime persone. Sacrilegio…

In Italia funziona così: se un libro pubblicato da un editore serio dice, senza alcuna vergogna, che si può vivere una vita diversa, la classe colta del Paese si fa delle domande. Se i giornali dicono che si può, la classe media del Paese ci crede. Se lo dice anche la televisione, allora il Paese ha un fremito. E così è andata.

A tutti do qualche confortante notizia: io sto bene. Mangio regolarmente (cibi ottimi a basso costo), viaggio molto (low-cost), lavoro quando serve (solo facendo cose che amo), ho un mucchio di amici ma grazie al cielo non li vedo tutti i giorni (la solitudine, se tutti sapessero com’è bella…), il budget con cui campare dopo aver lasciato il lavoro non è quello che indicavo nel libro, è assai più contenuto. Insomma, non mi è successo nulla di brutto. Nessuna camionetta dei carabinieri è venuta (ancora) a prendermi per lesa maestà capitalistica. La mia casa continua ad essere riscaldata solo dalla legna che taglio nel bosco e brucio nella stufa, e ancora nessun emissario della Shell mi ha intentato causa per sottrazione di risorse finanziarie. Io continuo a non comprare nulla, se non per vera, autentica, comprovata necessità (cioè praticamente mai), e il regista pubblicitario di Berlusconi (ve lo ricordate il “Grazie!” a chi aveva fatto la spesa del famoso spot?) non mi ha ancora querelato. Dunque, dopo tre anni e oltre, ne deduco ufficialmente che un’altra vita è possibile.

Ma la notizia è anche un’altra. Mi scrive T., 46 anni, di Bologna: “Sei stato troppo cauto sulle famiglie. Noi siamo quattro. Io e mio marito abbiamo lasciato il posto fisso, ora lavoriamo sei mesi a testa. Viviamo in campagna, la vita costa poco, autoproduciamo molte cose, i nostri figli sono abituati alla semplicità”. Le famiglie che hanno già fatto downshifting sembrano un numero tutt’altro che marginale, almeno a giudicare dalle migliaia di lettere che mi hanno scritto. Raccontano di scelte di vita con diverse gradualità di cambiamento. Per alcuni si tratta di semplici ritocchi per salvare tempo da dedicare ai figli. Per altri, le scelte sono più radicali, di rifuto politico e sociale di una vita di assenze e frustrazioni. “Per vivere basta poco. Per essere più liberi occorre grande impegno”, conclude T. Non fanno notizia, sono come una foresta che cresce, ma sono tanti.

Io ci ho messo 12 anni a decidermi, a prepararmi. Oggi sembra facile, ne parlano tutti… Ma non è così. Però la gioia di “vivere e goder l’aria del monte perché questo incanto non costa niente” come recita la nota canzone, è indescrivibile. Fuori dal denaro che uno stile di vita sobrio rende superfluo, c’è la libertà, l’assenza di autorità sgradite sulle nostre scelte, la possibilità di tentare, finalmente, il lavoro arduo dell’autenticità, cioè somigliare all’idea che abbiamo da sempre di noi stessi. Finalmente studio, leggo, e soprattuto scrivo: la mia vita. Creo i miei romanzi, le storie dei miei personaggi, a cui posso dedicare ogni pensiero, ogni energia, senza l’assillo di persone che non ho scelto, che tafanavano la mia vita impunemente, legittimati dalla condivisione di un ufficio che ora, grazie al cielo, ho abbandonato insieme ai loro volti. Oggi io non sono più un target, scelgo io dove vivere, cosa scrivere, come alimentarmi, come trascorrere il tempo.

A qualcuno questo dà molto fastidio. Sostengono che io ho solo cambiato lavoro. Chissà cosa pensano delle coppie e delle famiglie che hanno avuto coraggio da vendere, e che meritano rispetto. E’ brutto non ammettere la realtà, anche quando ti costringe a sperare di nuovo, dunque a smettere la lamentela (perché se si può cambiare, chi si lamenta dovrebbe almeno tentare). Ma va così. Ormai il movimento è partito. E fatto di gente che ha sentito odore di libertà. Un profumo irresistibile. Difficile trattenerli, adesso.