Nel lungo giorno dei dossier caraibici, in un’Italia ormai definitivamente ridotta a Repubblica delle banane, mi è capitato di sostare per qualche ora davanti a Palazzo Grazioli, la residenza privata del premier che funge da quartier generale del governo.

Era stato annunciato un semivertice sul lodo Alfano, altre voci davano in arrivo un Masi ormai dimissionario. In realtà non è successo proprio nulla, ma un mondo intero mi si è sbriciolato davanti agli occhi.

Arrivo in gran fretta col taxi e mentre pago una troupe con telecamera e due tecnici mi guarda dal finestrino. “Tg2?” chiedono appena apro la porta. Rispondo: “No“. “Tg3?” riprovano. “No, sono una collega. Che succede qui? Berlusconi è già dentro?“. Una ragazza bionda con auricolari, walkie talkie e fili che le girano tutto intorno sbuffa: “Penso di sì, ma chiedi anche agli altri lì“. Lascio la postazione Rai e vado verso lo spazio da cui si inquadra perfettamente l’ingresso dell’edificio. Di lato corre via del Plebiscito, tre corsie strapiene di auto e ambulanze che fischiano, scooter impegnati in gimcane da crepacuore. Al centro, dove cammino, un marciapiede ricoperto di fioriere in cemento: è li che sono accampati gli operatori di un’altra troupe. Tra le foglie è appoggiato il microfono con logo La7, di fianco ancora ci sono i ragazzi che lavorano per Ballarò. Chiedo anche qui: “Scusate, sapete chi è già dentro?“. “Alle cinque è entrato Berlusconi, poi basta” rispondono.

Appoggiati alle transenne che separano il nostro marciapiede dalla corsia che sta proprio davanti al Palazzo, quella con accesso diretto al cortile interno, scrutiamo il marciapiede di fronte. Ci sono due carabinieri col mitra spianato a difesa del portone. Una coppia di anziani si avvicina cautamente a un milite, chiede indicazioni con una mappa del centro di Roma in mano, i due vestiti a fiori con sandali chiari, lui con le mani sull’arma: la transenna tiene fuori la stampa, non il via vai di passeggini e turisti.

Intanto, nel cortile dietro il cancello, un ragazzo sta svuotando un furgoncino. Diversi cartoni con dentro bottiglie di vino, vassoi larghi e coperti come quelli delle pasticcerie, pacchi e pacchetti. Consegna tutto e poi esce. Una telefonata dalla redazione: allora, niente? “Niente, aspettiamo“. I colleghi sbuffano: aspettare, aspettare, non facciamo altro. “Vado a prendere la pizza, chi vuole qualcosa?” si offre uno. Allora chiedo: ma capita spesso? “Continuamente. Perché qua arriva di tutto, a qualsiasi ora, e bisogna sempre stare all’erta. La Rai è pronta per le dirette con quella postazione laggiù, può andare in onda quando gli pare. Gli altri sperano di registrare qualcosa al momento giusto. Ma sai le ore ad aspettare qua per niente? Sole o pioggia, fermi qua, ma ti pare normale?“.

Penso che effettivamente qualcosa di strano c’è. Le riunioni di governo dovrebbero essere appuntamenti concordati, in sedi appropriate, con relativa attenzione dei media. La residenza privata del premier non è il gabinetto di governo, anche perché nel gabinetto di Palazzo Grazioli ci passano ragazze col telefonino pericolosamente acceso. Ed ecco che la visione si materializza all’improvviso. Una donna avanza verso l’ingresso ed è impossibile non notarla. Indossa un abito blu scuro, con la cintura in vita, alta. Ha i capelli neri raccolti, da lontano sembra elegante anche se l’andatura malferma rovina tutto: viaggia su un tacco 12 color argento troppo impegnativo, i passi arrivano in bilico uno dopo l’altro, il peso scaricato ogni volta su una gamba e poi l’altra alla ricerca di equilibrio precario. Da vicino la donna è una maschera di trucco, labbra gommose che masticano con foga una cicca, sguardo quieto con l’aria di trovarsi in un posto conosciuto: punta dritto al centro del cancello, che si apre, ed entra senza esibire documenti.

Faccia nota” commentano quelli vicino a me. “Ce n’è un giro fisso, ormai le conosciamo tutte. Verso le quattro è entrato un gruppetto, saranno state quattro o cinque. Quando lui è in casa è sempre così. Sempre“.

Continua il via vai di auto che entrano ed escono. Una Bmw decapottabile con un bel ragazzo dentro, tante Audi scure con l’autista e sul sedile a fianco una busta, un sacchetto, nessun passeggero dietro i vetri scuri. Qui perfino le Panda sgommano e hanno vetri fumè. Si ride, chissà se c’è qualcuno nascosto lì dietro, tipo un ministro in incognito dentro il Pandino pompato. Ecco, adesso arriva un gruppo di persone, qualcuno accende la telecamera, chi sarà? Falso allarme, sembrano impiegati, signore vestite normalmente, uomini con cartelline sotto il braccio e qualche borsa del supermercato. Si salutano, ciao a domani, travet ordinari in un luogo speciale.

Invece poi arrivano loro, i bodyguard. Tutti grossi, età tra i 30 e i 40, abito grigio quasi identico, facce abbronzate e contente. Ne conto 12 tutti insieme. Ridono, si appoggiano all’auto dei carabinieri e scherzano, parlottano di calcio ma senza gridare, sembrano rilassati. Arriva un’altra ragazza, annunciata da una nuvola di profumo floreale. Anche lei ha un vestito lungo, sui toni del beige. Capello sciolto, pelle scura, qualche collana, ma non è una bellezza. Esce quella col vestito blu, si abbracciano strette, le guardie del corpo le guardano senza commentare, poi lentamente si avviano alla porta: è ora di riprendere servizio.

Ormai è quasi buio, il traffico scorre sempre più intenso alle nostre spalle. Quelli di Ballarò se ne vanno, il gruppetto Rai chiacchiera animatamente, adesso tutti bevono lattine di Coca Cola. I colleghi de La 7 prendono il giubbetto in macchina: s’è fatto fresco e il turno finisce alle dieci. Dalle finestre di Palazzo Grazioli passa la luce, ma le tende sono tirate. Andandomene, dall’ingresso posteriore, vedo bene il piano nobile, quello dove sta Berlusconi. C’è una sala, forse un largo corridoio, con la tappezzeria dorata. Un uomo in maniche di camicia parla animatamente al cellulare e cammina su e giù, un altro gli passa vicino e fa un cenno di saluto. Mi sembra irreale il fatto che lì dentro, in quelle stanze, stia lavorando il capo di governo. Che stia ragionando solo soletto in casa sua su Fini e Santa Lucia, le elezioni e Bossi, la crisi dell’economia e il passaggio cruciale in Parlamento. Penso al tempo di tante persone buttato via solo per inseguire un’agenda schizofrenica, penso a quelle donne chiuse in qualche sala a parlare di vestiti e fidanzati, a un tavolo con tartine e bottiglie e bicchieri e camerieri stanchi. Penso che, se da qui si comanda l’Italia, è inevitabile che l’Italia non risponda più ai comandi.