Bono Vox, il cantante degli U2, oggi sarà ricevuto da Sarkozy. I due “parleranno delle sfide per lo sviluppo dell’Africa a qualche mese dalla doppia presidenza francese del G20 e del G8”. Lo rende noto un comunicato dell’Eliseo. Tra le tante preoccupazioni che attanagliano la pop star irlandese, ce n’è una che molto probabilmente rimarrà inespressa. Riguarda un affare di famiglia, che non è sfuggito ai tabloid inglesi. La collezione di “fashion etico” Edun, creata nel 2005 dal cantante e dalla moglie Ali Hewson per “incoraggiare il commercio con l’Africa e celebrare le possibilità e le persone del continente”, ha spostato ormai buona parte della sua produzione dall’Africa alla Cina. A scriverlo è il quotidiano inglese Daily Mail, che gira il coltello nella piaga: “le fabbriche cinesi sono note per pagare ai lavoratori salari bassi, forzandoli ad orari massacranti in condizioni indecenti”.

Bono e la Hewson hanno lanciato Edun nel 2005, per “mettere i nostri soldi dove erano le nostre bocche. Per migliorare le condizioni di chi vive nei paesi in via di sviluppo e rendere la produzione di vestiti più sostenibile”. Per razzolare bene, oltre che predicare. La signora Hewson, 49 anni, è presto diventata il volto pubblico di Edun e il suo vero motore. All’inizio la produzione è stata sviluppata interamente in Africa, grazie ad accordi siglati con agricoltori del nord dell’Uganda, che forniscono il cotone, e con laboratori di produzione in Tunisia, Tanzania e Kenya. Poi però si sono verificati problemi con la lavorazione dei capi e con la loro consegna: le navi hanno cominciato ad arrivare in ritardo e i rivenditori si sono sempre più lamentati del taglio e del design. Come se non bastasse è arrivata la recessione e, da un picco di centinaia di negozi convenzionati nel 2006, si è passati ad appena 67 punti vendita in tutto il mondo. Le magliette, le giacche, le borse e la camicie firmate da Mr e Mrs Vox non hanno sfondato. Ma Ali Hewson non si è persa d’animo. L’anno scorso ha venduto il 49% del business al big del lusso LVMH Moët Hennessy Louis Vuitton, cercando un accordo con un produttore cinese. La vendita ha fruttato 7,8 milioni di dollari.

E ha aperto la strada alla produzione asiatica. Secondo quanto riportato in questi giorni dalla stampa americana, quasi tutti gli articoli presentati da Edun alla settimana della moda di New York (che si è chiusa ieri), sono stati prodotti in Cina, non in Africa. La signora Hewson si è difesa, ammettendo di essere stata naif rispetto a quello che “è necessario per avere successo nel mondo della moda”. “All’inizio ci siamo concentrati troppo sulla nostra mission sociale”, ha dichiarato in un’intervista. “Abbiamo messo in secondo piano la qualità. Ma alla fine produciamo vestiti, dobbiamo vendere prodotti. E la qualità deve essere al primo posto”.

L’impegno per l’Africa continuerà però a dettare una parte delle strategie aziendali: la percentuale di produzione nel continente – oggi al 15% – salirà progressivamente ogni anno, assicura la Hewson. Mentre per voce di Janice Sullivan, amministratore delegato di Edun, arriva una promessa: “continueremo a fare business in Africa. Abbiamo creato una nuova impresa per sostenere 3.000 coltivatori di cotone in Uganda”. Per le fabbriche in Cina “ci sarà un monitoraggio esterno, annuale, per assicurarci che la produzione sia fatta rispettando il nostro codice di condotta”.

Alla sfilata di Edun, che si è tenuta l’11 settembre scorso in “uno spazio all’aperto tra due palazzi nel quartiere di Chelsea a Manhattan”, c’era il pubblico delle grandi occasioni. Per la nuova collezione è stata reclutata Sharon Wauchob, una ex stilista di Louis Vuitton, incaricata di rendere i vestiti più “semplici e cool”, con “un tocco di Africa, ma un’ispirazione cosmopolita, perché bisogna avere un obiettivo molto più ampio”, ha dichiarato Toni Belloni, managing director di LVMH. “La collezione di Sharon Wauchob ha mostrato che fashion significa prima di tutto bellezza”, ha aggiunto Belloni. “Il fatto che sia etico è un di più. Prima di tutto i vestiti devono essere belli e avere personalità”.

E forse oggi, tra un kir royal e un magret de canard, Bono avrà anche la possibilità di trasmettere queste perle di saggezza a Sarkozy. O, al limite, alla moglie Carlà.