Genova. In una piovosa serata d’estate la Sampdoria si gioca l’ammissione alla Champions League contro i tedeschi del Werder Brema.

Nell’aria  gli odori di un campo di calcio.

C’è il profumo dell’erba.

E il calore delle vite delle persone che si accalcano sugli spalti.

Il gel degli arbitri.

L’umidità del tunnel che porta al terreno di gioco.

Il sudore dei giocatori, con l’acre essenza residua di massaggi.

E l’aroma chimico delle gomme da masticare.

Il pallone, quello sa di plastica.

E c’è poi, indescrivibile, l’odore della partita.

Il più forte, tra tutti.

Quell’odore che ti fa dimenticare tutto quello di brutto che non vuoi vedere, nel tuo gioco preferito.

Dopo tredici minuti, con due gol di Pazzini, la Sampdoria è qualificata.

Ma mancano ancora settantasette minuti, in cui non deve subire gol.

Ma la Sampdoria stasera domina. E anche chi meno te l’aspetti inventa una partita perfetta.

A poco meno di cinque minuti dalla fine Cassano, di tacco, segna il terzo gol. Lui, proprio lui: il calcio allo stato puro.

I tifosi della Sampdoria esultano.

E’ fatta.

Cinque minuti di recupero.

Le bandiere blucerchiate, quelle della Sampdoria per intenderci, sembrano impazzite.

Mancano tre minuti e mezzo. Il Werder Brema segna. Tempi supplementari.

E la Sampdoria, che fino adesso ha dominato, inaspettatamente crolla.

Non ce la fa più.

E dopo pochi minuti del primo tempo supplementare subisce un altro gol.

Adesso di gol ne servono due per qualificarsi.

Ma ci  crede ancora solo la gente che urla, applaude, incita, sogna.

Niente.

Finisce così. Tre a due.

Sampdoria eliminata.

Ed è a questo punto che sale più forte l’odore della partita. Perché i tifosi sono rimasti tutti lì. E applaudono. Con le lacrime agli occhi. Orgogliosi di essere tifosi di una squadra come quella che ha giocato in questa sera di pioggia. I giocatori che vorrebbero andarsene negli spogliatoi non possono farlo. Rimangono lì cinque interminabili minuti, sotto la curva, ad applaudire i tifosi che li applaudono.

Palombo, il capitano, è quello che rimane più a lungo.

Poi abbassa la testa nella maglia tenuta su con i denti e si avvia verso gli spogliatoi.

Adesso può finalmente piangere, il capitano.