Ha passato indenne la stagione dei “furbetti”. Mentre i suoi colleghi della “razza mattona”, primo fa tutti Stefano Ricucci, inciampavano nelle scalate del 2005 ed erano marchiati a vita come “furbetti del quartierino”, Luigi Zunino, benché con quelli avesse condiviso metodi e avventure, proseguiva tranquillo la sua ascesa, continuando a godere di buona stampa. Era un immobiliarista rispettato, lui. Nato in Piemonte, a Nizza Monferrato. Mica Zagarolo, o borgata Finocchio. Sulla distanza, è crollato anche lui e forse oggi se la passa peggio dei suoi colleghi.
Il grande flop di Santa Giulia
Il suo affare fatale si chiama Santa Giulia, quartiere modello alla periferia di Milano. Doveva essere il traguardo di una vita di successi. Si sta trasformando invece nel disastro finale, tra falsi in bilancio, riciclaggio, bonifiche fasulle, discariche abusive e possibili infiltrazioni della ’ndrangheta. Intanto il suo gruppo, Risanamento, è al tracollo e ora è in mano alle banche. Ma Zunino, 51 anni, non è un tipo che si scompone. E il giorno di luglio 2010 in cui la Guardia di Finanza è arrivata a sequestrare l’area (mai edificata) di Santa Giulia, rivelando che l’incubo immobiliare comprendeva anche l’inquinamento di terreni e falde con arsenico e altri veleni, è andato a cena con famiglia da Nobu, raffinato ristorante milanese dove si serve pesce crudo su piatti e tovaglie firmati Armani.
La vicenda di Zunino, come quelle degli altri “furbetti”, è una tipica storia da self made man. Già da ragazzo si era fatto la fama di uno che ci sa fare. E in 20 anni aveva messo insieme, partendo da zero, un impero da più di quattro miliardi di euro. Ma una carriera come la sua non si costruisce solo con il fiuto per gli affari e l’ambizione. Servono anche gli amici giusti. E per chi si mette nel business immobiliare, non ci sono amici migliori di quelli che lavorano nelle banche e nella finanza.
Nel Monferrato il giovane Zunino aveva iniziato intermediando cavalli, da lì era passato alla gestione di aziende agricole e ai primi affari immobiliari. A 24 anni, dice la leggenda, aveva già accumulato un miliardo di lire. Alla fine degli anni Ottanta si era trasferito nella Milano da bere, dove c’era il giro di serie A. Aveva fatto soldi sviluppando centri commerciali per Esselunga e Unes e poi con l’acquisto delle proprietà immobiliari del finanziere Gianni Varasi: appartamenti di lusso a Milano e Parigi e la favolosa villa nell’isola di Cavallo, tra Corsica e Sardegna, residenza in cui ancora Zunino trascorre le vacanze, in compagnia di bella gente dal grilletto facile come Vittorio Emanuele di Savoia.
Varasi aveva messo insieme il suo enorme patrimonio immobiliare grazie ai 180 miliardi incassati nel 1986 con la cessione della sua quota di Montedison a Raul Gardini, di cui sarebbe poi diventato alleato nell’affare Enimont. Finiti male Enimont e Gardini, Varasi si era ritrovato coinvolto nelle indagini di Tangentopoli, pieno di debiti e costretto infine a vendere. Ne beneficerà Zunino. A occuparsi della liquidazione, tre personaggi di peso nel mondo bancario italiano: Pierfrancesco Saviotti, ora consigliere delegato del Banco Popolare, Gaetano Micciché, ora responsabile Corporate banking di Intesa, e Salvatore Mancuso, ora a capo del fondo Equinox. Tre nomi ricorrenti, nella storia di Zunino: dall’ingresso in Borsa con le società Bonaparte, Aedes e Risanamento Napoli, fino all’acquisto dell’Ipi dalla famiglia Agnelli e agli investimenti da 2,7 milioni di metri quadrati nell’area ex Falk di Sesto San Giovanni e Montecity-Santa Giulia di Milano. Con i progetti affidati ad archistar come Renzo Piano e Norman Foster.
Grazie alle relazioni che contano, l’immobiliarista piemontese negli anni d’oro era entrato anche nel santuario della finanza italiana, Mediobanca, con una quota del quattro per cento. E nella girandola delle sue operazioni, aveva fatto comunella con un altro astro nascente del firmamento immobiliare, Danilo Coppola. I due si scambiavano immobili e terreni che a ogni passaggio aumentavano di valore. Così era successo per le aree dismesse Porta Vittoria e Falk nel milanese, per l’area Fiat di Firenze-Novoli. A fine 2004, è a Coppola che Zunino gira l’Ipi acquistata un anno prima.
2005, cominciano i veri guai
L’anno seguente i due finiscono, insieme, anche nei guai: la Procura di Milano, indagando sulla scalata Antonveneta, li incrimina per aggiotaggio. Al centro dell’inchiesta ci sono due immobili milanesi, in via Montenapoleone e via Manzoni, acquistati da Zunino con un finanziamento della Popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani e rivenduti a Coppola in cambio di 3,9 milioni di azioni Antonveneta, che in quei giorni è oggetto della scalata occulta dei “furbetti”. Coppola finisce dietro le sbarre. Zunino invece non fa una piega.
I soldi continuano a girare, le quotazioni continuano a salire e il credito è sempre disponibile. La facilità con cui riesce a farsi finanziare operazioni gigantesche la spiega, proprio nel 2005, in un’intervista al Corriere della Sera: “Nessun segreto, euro e tassi bassi. Il denaro costa il 3 per cento, il mattone rende tra il 7 e l’8… In più, mutui anche a lungo termine e un sottostante certo e concreto, com’è l’immobile”. Quanto sia certo e concreto l’immobile acquistato a prezzi gonfiati e con soldi altrui si è però visto quando è arrivata la crisi finanziaria e le valutazioni immobiliari in tutto il mondo hanno cominciato a calare.
Qualche anno dopo, il disastro Santa Giulia. Zunino gioca di sponda con il re delle bonifiche, Giuseppe Grossi. L’uno acquista le aree, l’altro le ripulisce. Poi arrivano i politici a dare una mano a entrambi. Per Santa Giulia, la Regione di Roberto Formigoni stabilisce che non occorre una vera bonifica, ma è sufficiente un più semplice e meno costoso “piano scavi”, che riguarda solo il terreno smosso dai lavori. Alla faccia dei parametri più rigorosi entrati nel frattempo in vigore e dei veleni accumulati nell’area, dove la Montedison ha prodotto per anni pesticidi, antiparassitari e prodotti ad altissimo tasso d’inquinamento. Nell’autunno 2009, Grossi finisce in galera, per aver accumulato all’estero fondi neri per 22 milioni di euro. Nel luglio 2010 tocca a Zunino: iscritto nel registro degli indagati, per reati ambientali, dalla Procura di Milano.
Il pessimo affare delle bonifiche
I due fanno strani affari immobiliari: quando Grossi emette fatture per le bonifiche, Zunino lo paga grazie alle liquidità ricavate dalla vendita di immobili allo stesso Grossi. Possibile che freghi l’amico? E possibile che uno abile come Zunino si lasci fregare? Forse entrambi sapevano, e ne erano contenti: Grossi aumenta i costi, Zunino lo paga in immobili dai prezzi a loro volta gonfiati. Così nessuno dei due perde una lira, e anzi Zunino gonfia i bilanci, e Dio solo sa quanto ne abbia bisogno.
Per l’area Falk di Sesto, Zunino trova un assessore all’Urbanistica (Demetrio Morabito, di Rifondazione comunista) e un direttore generale del Comune (Marco Bertoli, ex deputato Pci) che gli alzano l’indice di edificabilità (da 0,50 a 0,70). Un incremento prezioso che fa crollare l’onere di acquisizione, che diventa ben più basso degli iniziali 700 euro al metro quadro realizzabile. Chi non ci sta, se ne va: lasciano l’amministrazione l’assessore all’Ambiente Giuseppe Valeriano (Verde) e due dirigenti comunali del settore urbanistico, Giorgio Moioli e Patricio Enriquez.
Ora il gioco è giunto alla fine. Grossi sarà processato, Zunino è sotto indagine. Il crac l’ha evitato per un soffio: nell’estate 2009 la holding Risanamento, con due miliardi di debiti e una perdita di bilancio di 213 milioni, è stata salvata in extremis dalle banche che l’avevano finanziata (Intesa Sanpaolo, Unicredit, Bpm, Banco Popolare). Zunino ha dovuto lasciare tutte le cariche. La storia di successo del “furbetto” che era riuscito a convincere di essere diverso dai “furbetti”, per ora, è finita.

di Gianni Barbacetto e Marco Maroni