Una ordinaria storia di disperazione: scrivere di un amico, la cui vita non ha riservato sorprese o gioie non è semplice. Forse è stata più generosa la morte che lo ha preso senza che lui se ne accorgesse in uno scenario di desolante isolamento in una città la cui estate è balzana e la pioggia non è sufficiente a alleviare la solitudine che accompagna tante vite disperate.

Beppe, questo è il nome dell’amico, è morto in un palazzone popolare della periferia milanese. La data di morte non è certa perché il corpo è stato trovato dopo molti giorni. I pochi amici che hanno costellato la sua vita non li vedeva quasi più perché una depressione sempre più feroce lo aveva trascinato verso una vita di rifiuti. Rifiuti nei confronti delle parole amiche e rifiuti nei confronti di una partecipazione che, anche se minima, gli avrebbe permesso di trovare un poco di se stesso.

Ma la vita di questo uomo trapanese non è mai stata semplice: tossicodipendente in giovanissima età aveva, nei primi anni ’80, scoperto la scomodità di una esistenza divisa equamente tra carcere, sieropositività e stigma. Era difficile convivere nella città mafiosa di Trapani in quegli anni. Il tossicodipendente rappresentava la figura più di altri invisa alla mafia, anche se le mafie erano direttamente parte in causa del suo status. E quando, finita la comunità e allontanatosi da una città che è indulgente con il capo mandamento ma non con il tossicomane, aveva iniziato a respirare a pieni polmoni una vita simile alle altre. Ci pensò lo stato a ricordargli che la sua esistenza non era fatta per gioire ma per espiare. La galera lo ospitò nuovamente per una assurda storia in cui lui avrebbe ucciso Mauro Rostagno. Nessuna scusa e una manciata di “piccioli“ fu ciò che rimase di questa esperienza. I piccioli li girò ad una nipote e della assenza di scuse non disse niente. Forse se ne avvantaggiò la sua depressione perché da allora molte cose cambiarono: sembrò, l’amico Beppe, più fragile e vulnerabile alla malattia che lo incalzava. Chissà se ha mai sperato di avere una vita quasi normale. Certo che gli va riconosciuto di avere mantenuto una generosità che faceva a pugni con l’aridità di ciò che gli aveva riservato la vita. Sposò una marocchina madre di una piccola creatura per dargli uno straccio di nazionalità senza nulla in cambio. Allontanò da sè i pochi amici quasi temesse di coinvolgerli in una avventura senza sbocchi. E iniziò a lasciarsi morire.

Se n’è andato Beppe. Forse la moglie adesso prenderà possesso del suo bilocale popolare. Ne ha diritto. Che di una vita disperata ci sia qualcuno che ne trae beneficio mi sembra una cosa bella.

Per ultimo, aveva solo 52 anni, il suo nome era Giuseppe e il cognome Rallo ed io ero suo amico.