Ottobre 2009, Afghanistan del Sud. Asma A., un’insegnante, si sveglia all’alba, pronta per andare a scuola, quando sotto la porta trova una lettera. La carta porta l’intestazione di un gruppo talebano. “Lascia il tuo lavoro il più presto possibile”, c’è scritto. “Altrimenti taglieremo la testa ai tuoi bambini, e daremo fuoco a tua figlia”. Quello di Asma non è un caso isolato, nell’Afghanistan di oggi. Lettere come quella indirizzata a lei stanno anzi diventando un “mezzo comune di intimidazione e controllo delle comunità locali da parte degli insorti”, scrive Human Rights Watch in un nuovo rapporto sulla condizione femminile nel Paese. Nelle missive – lasciate davanti alle case o appese ai muri della moschea locale – si minacciano le donne che lavorano fuori casa, quelle che “collaborano” col governo centrale, e persino quelle che chiamano le stazioni radio per chiedere che vengano trasmesse delle canzoni. “Alle ragazze del distretto Kohistan della provincia di Kapisa (a est di Kabul, ndr.) che chiamano la radio per chiedere canzoni: d’ora in poi sappiano che se continuano, saranno decapitate o sfregiate con l’acido sul volto” era un avvertimento giunto pochi mesi fa. “Ti staccheremo la testa dal corpo, se non smetti di lavorare nell’ufficio elettorale con i nemici della religione e gli infedeli”, recitava invece la lettera arrivata a Jamila W. Che aveva deciso di ignorare la minaccia, finché – pochi giorni più tardi – a essere ucciso è stato suo padre.

Le 90 donne intervistate da Human Rights Watch per il suo rapporto – “le donne afghane e I rischi della reintegrazione e della riconciliazione”, il primo studio sistematico della condizione femminile nell’Afghanistan di oggi – rivelano una situazione che, a nove anni dall’inizio del conflitto, sembra di difficile soluzione. Alcune zone che erano state strappate ai talebani sono state riconquistate, di fatto, dagli “studenti del Corano”. Che hanno ripreso a minacciarle, attaccarle, impedire loro di lavorare e studiare. Ma – ed è questo il loro più grande timore – la situazione potrebbe non cambiare. I loro diritti potrebbero essere usati come merce di scambio per un accordo tra forze internazionali – I cui vertici, da un anno, parlano di un nemico che combatte per “10 dollari al giorno”, non per ideologia -, governo centrale e gruppi estremisti, come i talebani o Hezb-I-Islami, guidato dal signore della Guerra Gulbuddin Hekmatyar. Uno il cui primo atto pubblico, negli anni ’70, fu quello di gettare acido in faccia alle studentesse non velate dell’università di Kabul. “Deponete le armi”, sarebbe la filosofia dell’accordo, “e in cambio potrete entrare al governo. Facendo delle vostre regole la legge dello Stato”.

Prima dell’arrivo dei talebani, le donne formavano il 70% delle insegnanti e il 50% delle lavoratrici statali. Gli studenti coranici le costrinsero a girare sempre con il burqa, a non poter mettere piede fuori di casa senza un parente maschio ad accompagnarle, a non sapere che cosa fossero la scuola e il lavoro fuori dale mura domestiche.

Oggi la situazione sta tornando, in molte aree, la stessa. Nonostante la cronica assenza di lavoro, e la povertà diffusa (il 50% della popolazione guadagna meno di 2 dollari al giorno) le donne sono forzate a rimanere a casa, per non essere uccise come successo a Hossai il 13 aprile 2010, presa a fucilate fuori dall’ufficio della Ong occidentale per cui lavorava. Le scuole femminili vengono incendiate, distrutte o rese inservibili, gettando gas tossici nelle aule, perché “l’educazione alle donne è contro l’Islam”, spiega un leader spirituale talebano. Le percentuali di responsabili di assassinii o violenze sulle donne portati davanti a un giudice e condannati sono bassissime, e lo stesso governo ha un atteggiamento ondivago sulla materia. Certo, l’articolo 22 della costituzione afghana proibisce discriminazioni in base al sesso, e l’articolo 43 garantisce il diritto a tutti gli afghani all’educazione. Ma l’articolo 3 specifica che nessuna legge può contraddire la sharia, la legislazione islamica. E molte donne vedono, in quel testo, un possible lasciapassare per la violazione – sotto l’ombrello della legge – dei loro diritti.

“Nell’aprile scorso – scrive il rapporto – il ministro dell’Economia, Abdul Hadi Arghandiwal disse apertamente a un gruppo di donne che dovevano esser pronte a sacrificare i loro diritti per la pace. È esattamente quello che il segretario di Stato americano Hillary Clinton ha assicurato oggi – alla Conferenza internazionale in corso a Kabul, nella quale si delineerà la strategia per il reintegro dei talebani nella società afghana – che non accadrà. “Non sarete dimenticate”, ha detto la Clinton, seguita dal “ministro degli Esteri” dell’Ue Catherine Ashton. Ma è proprio questa – quella di essere dimenticate dall’Occidente, una volta che la polvere della guerra si sarà depositata – la paura delle 90 donne intervistate da Human Rights Watch. Tutte, scrive il rapporto, vogliono la fine del conflitto. Ma tutte temono che questo significhi, per loro, il ritorno a un’epoca di terrore, invisibilità, e diritti negati”.

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