Luglio come giugno e come maggio. Anzi, peggio, di mese in mese. Dal primo luglio, in due settimane, i militari stranieri caduti in Afghanistan sono almeno 45. Il record tragico appena stabilito a giugno, oltre 100 caduti nel mese più cruento dall’inizio dell’operazione Enduring Freddom, rischia di essere subito battuto.
“Qualcosa non funziona in Afghanistan”, scrive il generale Mario Arpino su ‘AffarInternazionali’, la rivista online dell’omonimo istituto. Come qualcosa non funziona a Washington, tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato e Pentagono, ma anche a Bruxelles, al quartier generale dell’Alleanza atlantica, e nelle capitali dei Paesi che partecipano alla missione internazionale. E qualcosa, soprattutto, non funziona sul terreno, specie nel Sud-Est dell’Afghanistan e nel Pakistan, dove i terroristi di al Qaida e i talebani hanno santuari e connivenze a livello tribale, ma non solo. Se oggi sei americani su dieci non approvano l’operato del presidente Barack Obama, l’Afghanistan c’entra qualcosa: l’obiettivo di avviare la riduzione delle truppe fra un anno, dopo il recente invio di rinforzi, appare a rischio. E a Parigi, secondo un sondaggio de l’Humanité, sette francesi su dieci non condividono, il coinvolgimento del loro Paese nella missione.
Nel frattempo la diplomazia internazionale sta preparando la conferenza dei donatori per l’Afghanistan, che è in programma a Kabul per il 20 luglio (ci sarà, fra gli altri, il segretario di Stato Usa Hillary Clinton). Si lavora sugli aiuti alla ricostruzione e sulle modalità di distribuzione per evitare di foraggiare politici corrotti e ambigui signori della guerra, mentre è in atto una corsa contro il tempo per indurre Onu e Usa a depennare dalle loro ‘liste nere’ un certo numero di personalità talebane che potrebbero partecipare al processo di riconciliazione nazionale: una decina di nomi in tutto. Il partito del dialogo con quei talebani disposti a deporre le armi si sta irrobustendo e ha avuto, in giugno, un forte impulso dalla Jirga, l’assemblea consultiva dei capi tribali. L’idea piace pure fuori dalla Regione: Richard Holbrooke, l’inviato americano per Afghanistan e Pakistan, è favorevole.
Se il presidente Hamid Karzai punta (quasi) tutto su questa carta, i talebani e in genere gli insorti restano per ora freddi, quando non si mostrano proprio disinteressati. Solo il gruppo armato che fa capo a Gulbuddin Hekmatyar ha presentato un piano di riconciliazione e di riforma delle istituzioni, da attuare a patto che gli stranieri lascino in fretta il Paese.
Ma la guerra continua. Il 13 luglio il terzo attacco talebano in tre giorni a Kandahar ha causato otto morti. Tre militari stranieri e cinque civili. Mentre oggi un ordigno esplosivo rudimentale ha ucciso almeno nove civili, tre i bambini, nella provincia meridionale di Helmand.
Il neo-nominato comandante delle forze Usa e Nato, generale David Petraeus, segnala il rischio che nei prossimi mesi i combattimenti diventeranno più intensi e,  pur confermando l’obiettivo di avviare il ritiro nel luglio 2011, annuncia una riflessione sulle regole d’ingaggio: il  militare ritiene essenziale il disarmo e la riconciliazione coi talebani moderati.
Petraeus ha sostituito il generale  Stanley McCrystal a fine giugno e al momento del suo arrivo a Kabul è stato accolto da una sequela di azioni letali talebane. Nonostante questo continua a ripetere che la strategia della Nato resta “intatta”, così come non cambiano “i tempi per trasferire le competenze in materia di sicurezza allo Stato afghano”. Oggi, lo ha anche ripetuto al ministro della Difesa spagnolo Carma Chacon.
E al contingente spagnolo, 1.300 uomini, il ministro ha così ‘tradotto’ il messaggio del generale: “Non siamo qui per rimanere, né per spiegare agli afghani come vivere”, ma per consegnare loro “un Paese sicuro dove nessuna organizzazione terroristica possa impunemente seminare terrore” (lì e a casa nostra).