Ovunque si rivolga la propria attenzione, in questa lunga e calda estate italica, l’osservatore attento scoprirà – o semplicemente ne troverà conferma – che è in atto un processo, lungo e ben radicato nel tempo, di uniformazione della cultura, della lingua, del pensiero. Che è in atto un’attenta operazione di costruzione e consolidamento del pensiero unico.

E’ così persino nel mondo dell’editoria. Mercoledì 14 luglio arriva alla Camera la nuova legge sul prezzo del libro. La cosiddetta legge Levi stabilisce che il prezzo di copertina di un libro non possa subire uno sconto superiore al 15%. D’altra parte però consente agli editori di promuovere campagne promozionali per undici mesi all’anno (non oltre trenta giorni e non a dicembre) senza alcun tetto di sconto.

Il che, come rilevano Gaspar Bona (Instar Libri), Emilia Lodigiani e Pietro Bianciardi (Iperborea), Marco Zapparoli e Claudia Tarolo (Marcos Y Marcos), Marco Cassini (minimum fax), Ginevra Bompiani e Roberta Einaudi (Nottetempo), Daniela Di Sora (Voland) in una lettera pubblicata il 12 luglio su Repubblica, è un durissimo colpo all’editoria indipendente, agli editori piccoli o medi, alle piccole librerie.

Qualcuno obietterà che fino a oggi non c’era alcuna legge.
Qualcuno dice che una legge imperfetta è meglio di niente.

Qui si preferisce far notare che il favorire i moloch dell’editoria rientra perfettamente nell’ottica di trasformare tutto – anche il libro, definitivamente – in un prodotto da consumare. Che dietro all’apparente manovra “calmierante” – il tetto massimo sulllo sconto – si fa strada la logica liberista sfrenata e senza paletti del permettere ogni tipo di campagna promozionale. Ovviamente, l’editore piccolo – così come le librerie piccole – possono a fatica utilizzare l’arma dello sconto, pena la rinuncia a quel poco margine di profitto di cui necessitano per sopravvivere.

Di contro, le grandi catene librarie e i colossi dell’editoria possono far leva sulla quantità e impadronirsi definitivamente di un mercato già difficile e in crisi.

A margine, ma nemmeno troppo, considerato il fatto che la famiglia Berlusconi è azionista di maggioranza della Mondadori (di cui fanno parte, fra l’altro, Giulio Einaudi Editore, Edizioni Frassinelli, Sperling & Kupfer Edizioni, Edizioni Piemme, Mondolibri) si ripropone, ancora una volta, il conflitto di interesse.