Ecco la sconsolata analisi di un attore e regista che calca le scene da quasi mezzo secolo (amico tra l’altro di Giuseppe Pinelli) e che preferisce firmarsi con uno pseudonimo.

 

C’è da mettersi le mani nei capelli e, uno a uno, strapparseli per lo sconforto in cui siamo precipitati. Dopo una vita spesa ad affermare che la cultura è il pane della società, è la carica di energia necessaria al sapere, apprendiamo dalla manovra del ministro Giulio Tremonti che la cultura è inutile. Strappiamoci pure i capelli nella speranza che a qualcuno possano servire, una volta trapiantati; a quelle “teste pensanti”, per esempio, che hanno scoperto, e scientemente ne sono convinti, che la cultura è inutile. Certamente la cultura è inutile per coloro che amano questo mondo votato al profitto, all’edonismo onanistico, al culto ingannatorio delle immagini “amiche” televisive, che amano idolatrare Dio Capitale in nome del Progresso. Per questo, i detentori del potere, armati di penna, hanno preso il registro dei soggetti che fino a oggi hanno goduto di finanziamenti pubblici, perché produttori di cultura per il sistema spettacolo, e gli hanno messo sopra una bella croce. Una croce che dice: “via, defunti, inutili”.

È così che abbiamo saputo che l’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico è un ente inutile; e gli artisti usciti da quell’Accademia sono dei fantasmi di passaggio, già scomparsi. Fantasmi gli attori Anna Magnani, Vittorio Gassman, Gianmaria Volonté (citiamo dall’albo d’oro dell’Accademia), Nino Manfredi, Monica Vitti, Gianni Santuccio, Giancarlo Giannini, Glauco Mauri, Massimo Foschi, Roberto Herlitzka, Anna Bonaiuto, Michele Placido, Sergio Castellitto, Ennio Fantastichini, Sergio Rubini, Cloris Brosca, Massimo Popolizio, Nicoletta Braschi, Sabina Guzzanti, Margherita Buy, Luca Zingaretti, Galatea Ranzi, Lorenza Indovina, Luigi Lo Cascio, Fabrizio Gifuni, Paolo Briguglia. Fantasmi i registi Luigi Squarzina, Giorgio De Lullo, Luca Ronconi, Mario Missiroli, Gabriele Lavia, Giorgio Barberio Corsetti, Walter Pagliaro, Davide Jodice. Fantasma anche Orazio Costa Giovangigli, fondatore del Teatro di regia e della pedagogia teatrale in Italia.

È così che abbiamo appreso che era una pia illusione di celluloide che si stempera nel tempo il Centro sperimentale di cinematografia di Roma, voluto da Alessandro Blasetti, promosso da Anton Giulio Bragaglia, da cui sono usciti Michelangelo Antonioni, Giuseppe De Santis, Gianni Puccini, Steno, Luigi Zampa, Silvano Agosti, Marco Bellocchio, Liliana Cavani, Roberto Faenza, Nanni Loy, Francesco Maselli, Francesca Archibugi, Fausto Brizzi, Gabriele Muccino, Paolo Virzì, i documentaristi Gianfranco Pannone e Folco Quilici; attori come Gianni Agus, Paolo Carlini, Andrea Checchi, Arnoldo Foà, Massimo Serato, Clara Calamai, Carla Del Poggio, Alida Valli, Marcello Mastroianni, Claudia Cardinale, Antonio Cifariello, Carla Gravina, Paola Pitagora, Stefano Satta Flores, ma anche Renato De Carmine e Giulia Lazzarini, Carolina Crescentini, Iaia Forte, Ana Caterina Morariu, Francesca Neri, Stefania Rocca, Enrico Lo Verso, Riccardo Scamarcio, Filippo Nigro, Daniela Virgilio; scenografi e costumisti come Mario Chiari, Vittorio Nino Novarese (due Oscar nel dopoguerra), Beni Montresor, Andrea Sorrentino; di direttori della fotografia come Pasqualino De Santis (primo Oscar italiano per la fotografia), Vittorio Storaro (pluripremiato), e ancora figure quali Pietro Germi, Leopoldo Trieste, Dino De Laurentiis, futuri giornalisti come Ermanno Contini e Mario Pannunzio, o uomini politici come Pietro Ingrao, ma anche nomi che hanno fatto la storia della televisione italiana quali Antonello Falqui, Raffaella Carrà, Domenico Modugno.

Così come sono cose inutili gli 80 mila film (di cui 2 mila disponibili per la diffusione culturale) conservati nella Cineteca nazionale, come inutile il lavoro di conservazione, incremento e restauro delle opere, di valorizzazione e promozione di tale patrimonio culturale, in Italia e all’estero.

È così che abbiamo imparato che l’Ente teatrale italiano, che ha distribuito migliaia di spettacoli e promossi altrettanti, è un Ente che non serve a niente. Anzi: un incubo per la spesa pubblica.

Che gli ambiziosi Premi Olimpici, detti anche gli Oscar del Teatro, tanto amati dagli artisti (e da qualche politico in vena di mostrarsi) perché producevano promozione in differita televisiva, via: inutili.

Ci voleva questa crisi economica mondiale, ispiratrice di questa riforma tremontiana, per svegliarci dal “sogno illusorio” che la cultura è la linfa del conoscere.

Allora, ci chiediamo, ma i ministri che dal dopoguerra hanno gestito la borsa dello spettacolo, convinti di essere operatori culturali (Corona, Lagorio, Tognoli, Carraro, Buttiglione, Urbani, Rutelli) non si erano accorti che stavano lavorando per l’inutilità? E noi, che abbiamo asceso e disceso per anni le scale dei Palazzi istituzionali per incontrare dirigenti, funzionari, e discutere con loro di progetti, di quanto importante era il “fare cultura”, “l’agire per la cultura”, di colpo ci sentiamo dire: “Sono realtà inutili”. E con assoluta certezza, senza indugi, senza un confronto con gli interessati, sono stati depennati sia quelli citati sia tanti altri che meriterebbe conoscere. Che la cultura fosse in fase di azzeramento, lo si era capito da tempo, da quando sono state potate centinaia di piccole realtà teatrali, importanti a nostro parere, ma che non hanno fatto notizia; lo avevamo avvertito quando gli Enti lirici sono stati assediati da Commissari inviati a controllare i bilanci. Tutto ciò era nell’aria da tempo, ma la strategia dell’abbattimento, non del riordino, della cultura è stata ben distribuita negli anni e quindi resa un po’ invisibile. Impercettibile. Sotto traccia.

Ora che i nodi della realtà sono venuti al pettine, allo scoperto, ci accorgiamo di quanto sottile è stato il disegno.

È vero che in tanti gangli dello spettacolo c’erano degli sprechi, che certe produzioni faraoniche, inamovibili, più utili a promuovere il culto della personalità di certi registi, hanno creato disagi economici nei bilanci; è vero che l’esosità di certi artisti ha sconquassato la logica di un giusto rapporto con il mercato, con le possibilità economiche del pubblico, ma tutto questo lo si poteva ridurre, normalizzando i comportamenti con regole e con una legge precisa; ma tra questo che sosteniamo e ghigliottinare, recidere a occhi chiusi gli “strumenti operativi e necessari per produrre fatti, cultura” ce ne corre, ce ne corre.

E poi ci domandiamo: perché non si cancella l’Osservatorio dello spettacolo del ministero Beni e Attività Culturali che in tanti anni, ma tanti, ha prodotto solo scatoloni di carte che passano da un trasloco all’altro senza essere utili ad alcuno? Perché il direttore generale non dà un taglio a quella pletora di consulenti (più di venti) che assorbono ben 400 mila euro dal Fus a fronte di una breve relazioncina redatta da ciascuno (illustri sconosciuti all’ambiente dello spettacolo, ma tanto uniti tra di loro da legami di parentela) riassunta dal direttore in una relazione generale da presentare in Parlamento? Perché?

Gianni Hott