Grande deve essere stato il raccapriccio dell’Universo all’apparire della vita. La geometrica perfezione siderale, l’esattezza dell’astratto, la cristallina purezza dell’inorganico venivano improvvisamente sconciate da qualcosa dalle forme indefinite e indefinibili, viscida, sbavante, che invece di starsene al suo posto o di spostarsi per eterne, maestose e immutabili ellissi, si agitava scompostamente, lasciando dietro di sé una scia di disgustose deiezioni. E questa cosa si riproduceva, tendeva a moltiplicarsi, a enfiarsi, a tumefarsi.

Questa vita cui noi diamo tanta importanza dall’attribuirle origini divine e dall’aver costruito su di essa infinite e improbabili cosmogonie, potrebbe essere nient’altro che un tumore dell’Universo, un grumo di atomi impazziti che ha perso la direzione, il proprio telos. Del tumore ha l’andamento. Nacque nelle abissali profondità marine e per molto tempo se ne stette in uno stato di apparente quiescenza, invisibile e inavvertibile. Ma intanto lavorava sordamente, incessantemente. Finché comparve alla superficie. Una cosa da nulla, dapprima, un piccolo neo innocuo. Era invece un melanoma devastante. In un battito, rispetto all’esistenza senza tempo dell’Universo, attaccò l’intera superficie del corpo malato e la occupò. E in breve fu metastasi. Lì per lì l’uomo non sembrò che una delle varianti dell’impazzimento, non più pericolosa di quelle che l’avevano preceduta. Era minuscola e insignificante, ma aveva un’attitudine che si rivelò ben presto assai insidiosa: mentre sin lì la malattia si era limitata a stendersi sull’epidermide inorganica senza intaccarla che molto marginalmente, questa nuova forma era invece particolarmente aggressiva, scavava, penetrava in profondità, manipolava, trasformava e si nutriva dello stesso tessuto malato. Era il tumore di un tumore.

Comunque all’inizio questa forma particolarmente maligna si mosse lentamente, con circospezione. Ma man mano che avanzava, autopotenziandosi, si vide che la sua capacità di moltiplicarsi, e soprattutto di corrompere tutto ciò che la circondava, aveva ritmi esponenziali. Nell’ultimissimo tratto del percorso era avanzata molto di più che nell’intero arco della sua esistenza. Un progresso sbalorditivo, un’eruzione spettacolare che era già visibile anche a distanze siderali.
Se ne accorse persino il distratto Creatore, che stava giocando con lo jo-jo. Riunì i suoi Assistenti. Che fare? Distruggere lo spiacevole inquilino con l’esplosione di un paio di galassie? Uno che aveva particolarmente fretta suggerì di far inghiottire tutto da un buco nero e di non pensarci più. La cura sembrò a molti troppo drastica e pervasiva: bisognava distruggere la malattia, non fare a pezzi il malato. Altri proposero quindi di colpire in modo mirato: una dozzina di grossi meteoriti, ben diretti, sarebbero andati a meraviglia. In tal modo c’era però il rischio di non riuscire a raschiar via completamente l’immondo tessuto ed era evidente che lasciarne anche solo un brandello significava essere punto a capo perché la malattia consisteva proprio nella sua capacità di autoriprodursi. Il Creatore taceva, facendo andare su e giù lo jo-jo con aria annoiata. Detestava le grane. Aveva creato tutto alla perfezione per non averne. Ad un tratto gridò: “Eureka!”. Nella sua infinita sapienza e onniscienza aveva trovato la soluzione. Era, come sempre, la più semplice. Bisognava che la malattia facesse il suo corso fino alle estreme conseguenze. Uccidendo il malato avrebbe ucciso anche se stessa. Non c’era che da lasciar fare. Per fortuna il Caso, benevolo, aveva voluto che il morbo fosse ben isolato, in un campo limitato e circoscritto che non era riuscito a varcare. Avrebbe distrutto una parte infinitesima, ridicola del corpo celeste, un solo, minuscolo, insignificante pianeta. “Quel pianeta si chiamava… si chiamava… Terra” (“Apocalisse di Giovanni”).