Per parlare de I segreti di Brokeback mountain, Leone d’Oro di Ang Lee, si usava l’espressione “il film sui cowboy gay”. Una rapida pennellata che, con due concetti, dava due informazioni essenziali: ci troviamo negli Stati Uniti, in mezzo a mandriani bianchi e machi; i protagonisti sono uomini e innamorati. La terza informazione, per deduzione, era che le due cose stonavano tra loro e proprio questo avrebbe costituito il conflitto del film. Per Brotherhood si sente parlare di “film sui neonazi gay”. Insomma, anche il film dell’italo-danese Nicolo Donato – vincitore dell’ultima edizione del festival di Roma – inserisce l’omosessualità in un contesto molto molto costrittivo, quello di una setta che nel terzo millennio ancora adora la svastica. Cosa che poco, ma proprio poco, si concilia con l’amore tra uomini. Il principio strutturante tra “cowboy gay” e “neonazi gay” non è differente: la propensione individuale soffocata da un ambiente ostile; la nascita di un conflitto potenzialmente distruttivo.

Per questo Brotherhood sfrutta il contesto più duro e dissonante tra tutti quelli in cui era possibile inserire un amore omosessuale. Ma come Ang Lee, che raccontandoci quel conflitto voleva raccontarci l’arretratezza della maggior parte degli States refreattaria ai grandi cambiamenti degli anni ’60, così Donato ci vuole dire che l’amore è l’unica salvezza in un mondo in cui esistono solo appartenenza cieca al gruppo, violenza e vendetta. Il film, dunque, è ambizioso. Intanto, cosa c’è di più estremo di due uomini che fanno l’amore dopo aver picchiato a sangue pakistani, immigrati e “froci”? Ma proprio perché picchiano anche i gay (quindi fanno male a loro stessi) la tensione tra realtà e apparenza (materiale e psichica) diventa massima. L’amore tra Jimmy e Lars è forte, autentico (le scene di baci e carezze tra i due sono molto erotiche e molto passionali). Il resto è disperazione. Che spinge alla ricerca di riconoscersi in una serie di slogan, al bisogno di avere “una famiglia” (e non è affatto male che Donato non mostri il background degli affiliati) il bisogno di sentirsi parte, di non essere soli. L’unico vero modo per combattere la disperazione e la solitudine, sembra dirci il regista, oggi è l’amore. Ma non l’amore sentimentale e basta. Proprio il “prendersi cura” dell’altro. Le due scene finali in parallelo – totalmente contrapposte tra loro – esprimono questo: da una parte il gruppo, dall’altra la cura amorosa. Bisogna scegliere da che parte stare, sembra dire Donato, perché oggi la tensione tra le due polarità è massima. L’ambizione tematica, insomma, c’è. Ed è diligentemente condotta sul terreno di gioco utilizzando figure molto classiche: due finti antagonisti che diventano alleati; un gruppo che ignora la loro “alleanza”; il traditore; la punizione. Donato fa bene: affidarsi a solide strutture ogni tanto serve.

Per il resto, Brotherhood ha ottime scene di “sintesi” – quella del concerto dopo il proclama nazi – e molti momenti ovvi (l’insonnia d’amore dei due protagonisti) e persino inverosimili, tanto da indebolire il potenziale del film. Nel “finto finale”, il dilemma di Jimmy poteva essere molto molto più radicale (uccidere o essere uccisi, ad esempio) e in generale, poi, questi neonazi sono semplici picchiatori. Non fanno poi così male. Non è mica la mafia russa, ma non è neppure il crimine metropolitano e feroce dell’altro danese Nicolas Winding Refn. Ma la cosa migliore del film è presto detta: sono gli attori. Le facce incredibili e perfette del protagonista Thure Lindhardt e del suo amato David Dencik. E in generale di tutti gli interpreti, di una bravura sorprendente e diretti benissimo. Se i dettagli sono rivelatori, soffermatevi su come Denicik spalma la marmellata su una fetta biscottata: sembra banale, ma è un momento di regia di quelli di classe. Film di primi piani, Brotherhood trova la sua vera potenza nei visi espressivi e glaciali, struggenti e repressi degli interpreti. Infine, grande attenzione per la musica. Ottima l’elettronica di Simon Brenting che dona alle scene un tratto enigmatico, buono anche il tratto “rock” di Mechlenburg.