L’ultima speranza dei giovani italiani ha un nome e un numero: Giorgia Meloni, disegno di legge 2505.
Perché sarà anche vero che scuola e università sono ridotte a pezzi, che un ragazzo su tre è disoccupato (mentre gli altri due si dibattono tra stage e progettini vari), però adesso l’apposito ministero della Gioventù ha deciso di fare una cosa utile: (ri)educare ai sani principi le nuove generazioni.
Presentato in sinergia con i colleghi Fitto e Tremonti, il ddl Meloni si intitola così: “Norme in materia di riconoscimento e sostegno alle comunità giovanili”. Già dalla presentazione si capisce che l’argomento è vasto e vago: “Onorevoli Deputati! Il presente disegno di legge ha lo scopo di promuovere e incentivare, su tutto il territorio nazionale, la nascita di nuove comunità giovanili e di consolidare e rafforzare quelle già esistenti”.
Alt, fermi tutti. Che significa rafforzare quelle esistenti? Anche chi già opera da anni deve adeguarsi a nuove regole? Non è chiaro, o forse sì. Basta andare ai requisiti previsti per poter accedere ai finanziamenti. Due capoversi più sotto si legge infatti: “Le comunità giovanili devono avere alcuni requisiti essenziali: la perfetta democraticità nell’accesso alle cariche, l’elettività delle cariche comunitarie, la trasparenza del bilancio e l’assenza di qualunque discriminazione al loro interno. Inoltre, devono essere luoghi nei quali non si pratica violenza, non si fa uso di droghe e non si promuovono attività illegali”.
Molte associazioni sono scattate sull’attenti per il riferimento così esplicito alla questione droghe, termine che non compare affatto negli articoli di legge, ma sul quale il ministro si sofferma appositamente nella relazione introduttiva. Se una qualsiasi organizzazione avesse tra i suoi valori quello dell’antiproibizionismo, per esempio, potrebbe ottenere il riconoscimento di comunità giovanile oppure no?
I dubbi permangono nel leggere le dichiarazioni di corredo pronunciate per spiegare meglio il progetto: ”Un testo che sarebbe piaciuto a Paolo Di Nella, l’esponente del Fronte della Gioventù ucciso a Roma nel 1983. L’obiettivo, la mission della legge, è quello di indicare i corretti stili di vita, quelli che attengono a una società sana”.
La Meloni si occuperà dunque di salute giovanile. E a disposizione avrà una cifra di circa 18 milioni di euro: neanche pochi di questi tempi. Se il ddl passerà così com’è, chi vuole chiedere un finanziamento dovrà presentare un progetto gestito da persone “non superiori ai 35 anni di età (…) avente ad oggetto, per statuto, il perseguimento di alcune finalità tra cui la promozione di attività sociali e culturali, l’educazione alla legalità, attività sportive, ricreative, formative” eccetera eccetera. I nuovi soggetti, una volta scelti e sovvenzionati, saranno iscritti in un apposito registro e monitorati da un inedito Osservatorio. Tutto sotto controllo, insomma.
La Commissione delle Regioni italiane s’è detta molto scontenta del disegno chiedendo che le nuove risorse vengano distribuite alle realtà territoriali già esistenti (con attività pregresse dimostrabili) visto che i fondi generali per le attività giovanili sono stati tagliati del 40%, e che la scure sui trasferimenti regionali comporterà un tracollo immediato dei finanziamenti alle attività culturali e sportive.
La proposta delle Regioni è stata ignorata, e molti giurano che il recente avvicinamento della Meloni al premier (con automatica presa di distanza dall’ex capo carismatico Fini) porterà presto risultati concreti. A dir la verità, il primo l’ha già portato: dopo l’ok del governo a luglio 2009, il progetto Comunità giovanili era dato per morto e nessuno ne parlava più da un pezzo. Invece il ddl è rispuntato improvvisamente dalle nebbie delle commissioni parlamentari per finire dritto alla Camera dei Deputati proprio qualche giorno fa. Davanti a 12 (diconsi 12) onorevoli. Tutti molto molto concentrati sulla questione giovanile.