L’elenco dei politici in fuga dagli elettori è lungo, sterminato. L’ultimo è Piero Fassino, pizzicato da alcuni ragazzi delle Agende Rosse in piazza Navona mentre manifestava spudoratamente contro il bavaglio. Lui che, quand’era segretario dei Ds, guidava la coalizione detta comicamente “Unione” che nel 2007 votò unanime alla Camera insieme al centrodestra la legge bavaglio Mastella, salvo 9 astenuti o non partecipanti al voto (Giulietti, Grillini, Nicchi, Cannavò, Zaccaria, Carra, De Zulueta, Poletti e Caldarola).

Il bavaglio Mastella era, se possibile, ancora peggio dell’ultima versione del bavaglio Alfano: vietava “la pubblicazione, anche parziale o per riassunto”, di tutti gli atti di indagine anche se non più coperti da segreto, cioè dei verbali ma anche delle intercettazioni, fino all’inizio del processo (il bavaglio Alfano, almeno, il riassunto lo consente per tutti gli atti, intercettazioni escluse) e degli atti del fascicolo del pm addirittura fino alla sentenza d’appello; puniva i giornalisti con la galera fino a 30 giorni o con multe fino a 100 mila euro per ogni articolo (le multe del bavaglio Alfano arrivano a 10 mila euro ad articolo, o a 20 mila in caso di intercettazioni). Come si vede nel filmato, appena i ragazzi gli contestano l’inesistenza del Pd all’opposizione e gli inciuci dei Ds quand’erano in maggioranza, Fassino si attizza come un fiammifero, perde la calma, ammonisce i malcapitati col ditino alzato e poi se ne va bofonchiando a caccia di telecamere.

Al crepuscolo della prima Repubblica, 18 anni fa, quando la politica era screditata esattamente quanto oggi, i politici stavano molto attenti agli umori dei loro elettori. Al punto che, per tentar di recuperare un minimo di credibilità, si spogliarono dei due più formidabili scudi della Casta: abolirono l’autorizzazione a procedere per indagare su di loro e portarono ai due terzi la maggioranza necessaria per approvare amnistie e indulti (cioè, nella tradizione italiota, autoamnistie e autoindulti). Il che non bastò a frenare la marea montante del discredito, che alla fine li travolse, almeno per un po’. Ma almeno ci provarono, dimostrando un barlume di sintonia con l’elettorato inferocito e di rispetto democratico per i cittadini. Quelli di oggi, che poi sono in gran parte le seconde file di allora, per giunta invecchiate di vent’anni, non intravedono neppure le avvisaglie dello tsunami che sta per travolgerli tutti. Anziché fermarsi a parlare con chi li contesta, cospargersi il capo di cenere, chiedere scusa, promettere di non farlo mai più e sperare che la gente abbocchi, la sfanculano spocchiosi e portano a spasso i loro monumenti pieni di crepe. Peggio per loro. Dio fa impazzire quelli che vuole rovinare.