di Guido Harari | 28 giugno 2010
“Hanno ammazzato Saviano”
Ovviamente, per conferire opinabile dignità a simili operazioni si scomodano citazioni colte – Saviano come il Cristo di Mantegna, o, forse più calzante, come il cadavere del Che Guevara- a fronte di una mediocre mistificazione che aggancia il voyeurismo di un pubblico a tal punto inebetito da essere incapace di quello choc che Max vorrebbe impartirgli. Di abuso della morte e della sua rappresentazione visiva si parla anche in questi giorni a proposito del reality americano “Deathlist Catch” che per mesi ha mandato in onda fino all’atto finale la malattia del capitano di una nave impegnata ai confini del mondo, in Alaska.
Tanto vale rassegnarsi: la sublime finalità divulgativa e artistica di una fotografia da tempo non passa più per le Leica dei signori di Magnum e neppure di raffinati ritrattisti come Arnold Newman o Irving Penn. Il caso della foto di Saviano conferma come l’impero dell’immagine si sgretoli definitivamente quando cerca di mettere a tacere proprio l’unico suo vero contraltare, la parola. Non è un caso che vittima di questa patetica pantomima sia Roberto Saviano, l’uomo più “pericoloso” oggi da questo punto di vista in Italia.




