I datori di lavoro che contano sul fatto che con la crisi i propri dipendenti non abbiano alternative lavorative rischiano di trovarsi in serie difficoltà con la ripresa economica. Questa è la conclusione dello studio di Deloitte “How the great recession changed the talent game?”. La ricerca è stata condotta su un campione di aziende di oltre 20 paesi, tra cui l’Italia e mostra come molte aziende continuano a comunicare, più o meno esplicitamente , ai propri dipendenti che devono sentirsi fortunati ad avere un lavoro in tempi di recessione economica, utilizzando strategicamente il pretesto della crisi per imporre condizioni più onerose. Una pessima scelta tattica che potrà avere ripercussioni anche pesanti con la ripresa economica. “E’ una scelta miope – afferma l’Amministratore Delegato di Deloitte Consulting S.p.A., Pierluigi Brienza – perché quando l’economia si riprenderà (come sta già in parte avvenendo), queste aziende rischiano uno ‘tsunami-curriculum, in cui i dipendenti con un desiderio di cambiare lavoro coglieranno nuove opportunità”. I dati forniti dallo studio mostrano come tra i lavoratori intervistati circa uno su tre pensa di lasciare il proprio lavoro attuale e la metà occupa quasi interamente il proprio tempo per cercare un nuovo posto. In più crescono i costi: l’intenzione di un dipendente di cambiare lavoro crea una perdita di produttività perché il lavoratore userà gran parte del proprio tempo alla ricerca di nuovi posti di lavoro. Quindi crescono i costi e l’azienda resta sguarnita di personale professionale prezioso perché ha una profonda conoscenza della storia e delle pratiche interne della società. Quando un lavoratore lascia un’azienda, si devono valutare anche i costi impliciti: perdita di capitale intellettuale, impatto sulle relazioni con i clienti, sulla produttività, sull’esperienza, e gli investimenti in formazione e creazione delle competenze che sono stati già fatti, oltre il costo per l’assunzione di una nuova risorsa. Il costo totale di sostituzione di un singolo dipendente perso può essere fino a tre volte superiore rispetto al salario annuo dello stesso dipendente. Secondo lo studio di Deloitte sbagliano il 44% dei dirigenti pensando che il turnover volontario migliori la redditività permettendo di fare le cose con meno risorse. Chi fa questa scelta rischia di ritrovarsi senza le competenze necessarie a sfruttare i vantaggi di una economia in miglioramento. In realtà per trattenere i talenti esistono anche altri strumenti a disposizione dei datori di lavoro, diversi dalla remunerazione. Lo studio mostra come il supporto e riconoscimento del proprio lavoro da parte della dirigenza siano elementi chiave per trattenere le risorse migliori. Questi gli effetti delle “mode” sulle strategie di gestione del personale importate da oltreoceano che hanno determinato, fino a pochi anni fa, l’eliminazione nelle principali aziende italiane di gran numero di dipendenti con una certa anzianità considerati solo “costosi”, sottovalutandone competenze e esperienza. Negli Stati Uniti, oggi, nonostante 15 milioni di lavoratori disoccupati, vi sono ancora circa 2,5 milioni di posti per i quali i datori di lavoro stanno attivamente ricercando delle figure professionali che non sono stati in grado di coprire.