Trionfo di ascolti, lunedì, per la telepompa funebre allestita in onore di Bottino Craxi (“Una storia italiana”) dal suo pony express Gianni Minoli: lo share del 6% corrisponde più o meno alla percentuale che lo statista garofanato incassava sugli appalti.

Chi eventualmente fosse sopravvissuto alla seratina votiva è stato poi letteralmente finito dall’intervista rilasciata ieri da Stefania Craxi ad Aldo Cazzullo del Pompiere della Sera: quella in cui l’equilibrata figlia d’arte sostiene che il padre “morì in povertà”.
In queste ininterrotte celebrazioni del noto erede di Turati, manca sempre un dettaglio: i verbali di Giorgio Tradati e di Maurizio Raggio, i due prestanome a cui Bottino aveva affidato i suoi tre conti svizzeri: Northern Holding, Constellation Financière e International Gold Coast.

Qualcuno, dopo aver visto la minolata e letto la cazzullata, si sarà fatto l’idea che i due tizi fossero dei funzionari del Psi, visto che il massimo di critica consentito sulla stampa e la tv di regime è quella di una gestione un po’ distratta dei finanziamenti al partito (“il tesoro di Craxi è una maxiballa”, sostiene la figlia, “non è mai esistito: esisteva il ‘tesoro’ del partito, i conti esteri del Psi, ma mio padre non se n’è mai occupato”).

Invece no: Tradati era un compagno di scuola di Craxi, Raggio era un ex barista di Portofino fidanzato della contessa Francesca Vacca Agusta, amica di Craxi. A che titolo quei due carneadi, estranei al Psi, gestivano i tre conti, se i tre conti erano del Psi?

In realtà erano i conti di Craxi, che vi accumulò per 15 anni tangenti personali che usava per spese personali: le sentenze definitive parlano di “un appartamento a New York, due operazioni immobiliari a Milano, una a La Thuile, una a Madonna di Campiglio” (le nuove sedi del Psi?), “velivolo Sitation da 3 miliardi di lire”, un villino “a Saint Tropez per il figlio Bobo” (anche lui, l’altra sera, pontificante in tv senza che nessuno gli chiedesse di quegli 80 milioni di lire tratti dai conti svizzeri del padre per garantirgli il dorato esilio in Costa Azzurra); una villa e un prestito di 500 milioni per il fratello Antonio; “100 milioni al mese per l’acquisto di Roma Cine Tv“, l’emittente di una della amanti: Anja Pieroni.

Spese tipiche di un uomo “morto in povertà”.

E’ un vero peccato che Minoli, fra gli storici, i politici, i politologi, i nani e le ballerine intervistati, si sia scordato di quei due tipini che, da soli, avrebbero potuto lumeggiare la statura politica e morale del francescano di Hammamet. Ma, anche nel tentativo di incensarlo, Minoli gli ha reso un pessimo servizio.

Craxi che dice “essere mio cognato ha danneggiato Pillitteri” e promette a De Mita la staffetta per poi rimangiarsela, ci svela da chi ha imparato a mentire il suo degno compare che l’ha sostituito a Palazzo Chigi. Napolitano che attacca Berlinguer sull’Unità perché ha osato invocare “la questione morale” ci spiega molte cose sull’attuale inquilino del Quirinale.
Martelli che parla con la massima naturalezza di “flussi di finanziamenti da aziende pubbliche e private al Psi”, come se quelli da aziende pubbliche non fossero vietati dalla legge che questi signori avevano approvato per poi violarla subito dopo, la dice lunga sulla doppia morale di quella (e di questa) classe politica.

Non male il ricordo di Craxi incaricato dall’Onu di occuparsi del debito del Terzo mondo, dopo tutto quel che aveva fatto per il debito dell’Italia. Ma il punto più alto della telepompa funebre si raggiunge quando Minoli, con un lapsus freudiano, racconta: “Craxi entra a Palato Chigi”. Meravigliosa metafora orale di un’epoca: Bottino ci metteva il palato, Minoli la lingua.

Da Il Fatto Quotidiano del 13 gennaio