Domenica scorsa la politica italiana ha scoperto Facebook. Per i servizi segreti Massimo Tartaglia, lo psicolabile che ha aggredito Silvio Berlusconi ha agito da solo. Ma la maggioranza di governo si è dedicata al tiro al piccione contro la rete e i social network. Gasparri ha parlato di Internet come potenziale "spazio di violenza, di associazione per delinquere, strumento per spaccio di droga". Renato Schifani, presidente del Senato, ha tuonato: "Negli anni ’70, che pure furono pericolosi non c’erano questi momenti aggregativi che ci sono su questi siti. Così si rischia di alimentare l’odio che alligna in alcune frange. Qualcosa va fatto. Ho preso atto che si procederà ad una regolamentazione via legge ordinaria. Ha fatto bene. Il Parlamento lo farà". Per Schifani "questi siti" (Facebook solo in Italia ha 13 milioni di iscritti) suonano ancora più pericolosi delle Brigate Rosse, di Prima Linea, dei Nar, e delle decine di gruppi che tra il 1969 e il 1985 si resero protagonisti di 12.770 episodi di violenza terroristica, ferirono oltre cinquemila persone uccidendone 342.

Negli Stati Uniti, lo scorso settembre fece molto scalpore un sondaggio pubblicato su Facebook: "Il presidente Obama deve essere ucciso?". Le risposte possibili erano tre: "No. Sì. Forse. Sì, se riduce la mia copertura sanitaria". Il sondaggio venne scovato da un blogger, che lo segnalò all’agenzia federale che protegge Obama, quindi i servizi segreti chiesero a Facebook di oscurare il sondaggio e aprirono un’indagine: "prendiamo questo tipo di iniziative molto seriamente" dissero.
Dopo l’episodio negli Usa non si aprì alcun dibattito sulla necessità di una nuova legislazione per evitare il ripetersi di simili situazione: le leggi già esistenti avevano funzionato alla perfezione. Anche adesso su Facebook si trova un gruppo Kill Obama con frasi che sembrano prefigurare più di un apologia di reato: "Stiamo per uccidere Obama. A decine circonderemo la capitale armati di fucili da precisione. Mister ‘Hope And Change’ ha appena pronunciato il suo ultimo discorso". Nei commenti si leggono frasi ingiuriose e razziste: "Uccidetelo", "Uccidete quel negro. Lo odio, è un’orrida scimmia".

Non solo Obama comunque. Sempre su Facebook un gruppo si propone "di uccidere Gordon Brown appena in questo gruppo saremo in 10.000". E un altro lancia l’appello "25.000 persone su questo gruppo per far morire Sarkozy". Né in Franca né in Gran Bretagna ci sono state dichiarazioni, nè tanto meno progetti di legge, contro Facebook.

Facebook negli anni ha creato degli strumenti per contrastare istigazioni all’odio, primo tra tutti il tasto "segnala" in basso a sinistra su ogni gruppo.
A Renato Schifani ha replicato Debbie Frost direttore delle comunicazione internazionali di Facebook: "Le discussioni online riflettono quelle che avvengono offline – ha dichiarato dicendosi pronto ad incontrare il governo italiano – così come accade liberamente nelle case delle persone via mail o via telefono". Con una precisazione: "Quando dichiarazioni si trasformano odio contro contro persone, o quando gli utenti pubblicano materiale pornografico, noi ci mettiamo subito all’opera appena riceviamo una segnalazione. E quando necessario disabilitiamo l’account dei responsabili". Bisogna stare attenti però: "Certi commenti possono essere spiacevoli nelle critiche a culture, religioni, nazioni e idee politiche. Ma questa non è una buona ragione per cancellarli".

Facebook non intende in nessun modo operare un filtraggio preventivo sui contenuti che vengono pubblicati: questo rappresenterebbe un limite alla libertà di espressione. I contenuti offensivi o passabili di reato possono essere cancellati, ma solo dopo la segnalazione di utenti o autorità. Nell’ordinamento italiano esistono già leggi che puniscono "istigazione a delinquere" e "apologia di reato". Non si capisce perciò in nessun modo da dove nasce l’esigenza di "una regolamentazione via legge ordinaria" della rete come chiesto dal presidente del Senato.

È vero, il No Berlusconi Day che partendo da Facebook ha portato centinaia di migliaia di persone in piazza contro il governo. E sempre su Facebook per marzo è stato lanciato lo "sciopero degli immigrati" in Italia. Decine di video su YouTube hanno svelato dichiarazioni in libertà dei politici: La Russa diede del "pedofilo" a un cittadino italiano che lo contestava a New York; Gasparri accusò Salvatore Borsellino di essere "disistimato" dal fratello Paolo.

Molti blog, a cominciare da quello di Beppe Grillo, raccolgano più lettori dei quotidiani "amici". Infine Wikipedia tiene traccia di accuse, processi, legami, dichiarazioni di politici e loro grandi elettori. E potremmo continuare all’infinito. Ma tuttò ciò non può certo giustificare una legge che limiti la libertà di Internet: sarebbe un’azione di repressione politica mascherata da legge d’urgenza per l’ordine pubblico. Niente a che vedere con un governo democratico.