Omicidio preterintenzionale. A nove giorni di distanza dalla morte di Stefano Cucchi, la Procura di Roma ha deciso di procedere in questa direzione. A carico di ignoti, per il momento: il pubblico ministero Vincenzo Barba vuole andare fino in fondo rispetto ad una vicenda che presenta non pochi lati oscuri. In Procura sarebbero già stati sentiti i carabinieri che hanno arrestato il ragazzo, il medico della città giudiziaria che lo ha visitato subito dopo l’udienza di convalida dell’arresto e alcuni agenti della polizia penitenziaria che lo hanno preso in custodia.

Dopo la pubblicazione delle foto del cadavere di Stefano Cucchi, come era prevedibile, si è scatenata una vera e propria bufera. Ogni soggetto coinvolto ribadisce la propria correttezza e scarica le presunte responsabilità. La sensazione che si ha, però, man mano che inizia a trapelare un filo di luce su quanto accaduto, è che l’unico ad essere stato davvero scaricato è un ragazzo che il primo ottobre ha compiuto 31 anni e che 21 giorni dopo è morto in un letto d’ospedale. Senza il conforto di nessuno. Troppi i buchi neri che l’indagine giudiziaria dovrà chiarire.

L’arresto e il 118

Stefano Cucchi viene arrestato la notte tra il 15 e il 16 ottobre perchè trovato in possesso di una ventina di grammi di droga. I carabinieri mettono a verbale le dichiarazioni di un giovane, E.M., che sostiene che “l’arrestato viene cercato da possibili utenti per rifornirsi di sostanze stupefacenti”. Segue una perquisizione domiciliare, durante la quale i militari non trovano altra droga. Stefano è accompagnato in caserma. Sono passate le 3 di notte. Poco dopo dichiara di sentirsi male. I carabinieri a quel punto chiamano l’ambulanza. Il giovane rifiuta però le cure mediche sul posto e l’accompagnamento in ospedale e chiede di essere lasciato dormire. Il medico, che rimane lì una mezzora, referta uno stato epilettico e un malore diffuso. Sono le 5. Poche ore dopo, Stefano viene svegliato per essere accompagnato in ospedale, dove arriva con gli occhi tumefatti. “Aveva dormito poco – ha spiegato ieri sul Fatto Quotidiano il comandante della Compagnia Casilina, maggiore Paolo Unali – e poi le camere di sicurezza non sono alberghi a 5 stelle”.

L’udienza e la caduta

In Tribunale, riesce ad abbracciare il padre, poi comincia l’udienza. Stefano assiste vigile. Inspiegabilmente, nella sentenza di convalida, il giudice dispone la custodia cautelare in carcere “non potendosi ritenere idonea o possibile una misura meno grave”, in relazione alla mancanza di una fissa dimora, come “risultante con certezza dagli atti”. Sembra dunque essere sparita ogni traccia della perquisizione domiciliare.

Subito dopo, però, Stefano viene visitato dal medico di turno nella città giudiziaria. Le sue condizioni sono già critiche. Il referto medico delle 14.05, attestandone l’idoneità alla detenzione, evidenzia però ecchimosi, lesioni oculari e lesioni alla schiena. Il giovane rifiuta di essere trattato, ma dichiara di essere caduto dalle scale. Un’affermazione ribadita anche al medico del carcere di Regina Coeli, che lo visita immediatamente. Al suo arrivo, infatti, Stefano dice di star male, di sentire freddo, tanto da ricevere una tazza di cioccolato caldo da un agente penitenziario. La magistratura accerterà la verità, ma i misteri giudiziari di questo paese sono pieni di cadute: a volte si cade per evitare conseguenze peggiori.

I colloqui negati
Il medico del Regina Coeli dispone l’immediato ricovero nel centro clinico del penitenziario, che dopo due ore si trasforma in un ricovero al pronto soccorso dell’ospedale Fatebenefratelli. Secondo le testimonianze, Stefano avrebbe poi chiesto di rientrare in carcere. Da lì, però, si è reso necessario il trasferimento nel centro detentivo dell’ospedale Sandro Pertini. “La struttura è una palazzina a sè stante – spiega il direttore sanitario della Asl Rm/B, Antonio D’Urso – al suo interno c’è un reparto di medicina avanzato, con elettrocardiografi, posti letto monitorizzati, e con personale qualificato . Nel momento in cui i detenuti degenti hanno bisogno di accertamenti, vengono accompagnati dal personale sanitario e dagli agenti di vigilanza all’interno dell’ospedale”. Stefano Cucchi arriva al Pertini in condizioni critiche. Nei giorni scorsi si è detto che abbia rifiutato il cibo. “Posso dire soltanto che ha avuto un atteggiamento oppositivo, poco collaborativo, anche rispetto alle cure”, racconta ancora D’Urso. I famigliari hanno denunciato come, durante i giorni che precedono la morte, più volte abbiano cercato di parlare con i medici per capire cosa stava accadendo; una possibilità che, a loro dire, sarebbe stata negata in mancanza di un’autorizzazione da parte della Procura. Ma l’autorizzazione per parlare con i medici non serve. Anche qui un rimpallo di responsabilità. “Questa è un’anomalia – afferma D’Urso – non abbiamo mai ricevuto segnalazioni da parte di famigliari, che, quando arrivano nel centro detentivo, citofonano e chiedono agli agenti penitenziari. Del resto, i medici escono dal reparto, si possono incontrare anche all’esterno. Una dottoressa mi ha detto che non erano stati messi al corrente che la famiglia volesse parlare con loro”. “Non è nella facoltà del poliziotto penitenziario di servizio impedire il colloquio con i medici – risponde il segretario generale del sindacato Osapp, Leo Beneduci – gli agenti avranno eseguito una disposizione, ma non so dire di chi”.

La relazione alla Procura
All’alba del 22 ottobre Stefano Cucchi muore. Il primario del centro chiama immediatamente il pubblico ministero di turno e lo avvisa che la salma è a disposizione dell’autorità giudiziaria. “La causa della morte deve essere stabilita dal medico legale e non da noi – afferma ancora il direttore della Asl, D’Urso – in ogni caso il decesso è intervenuto inaspettatamente e improvvisamente. I medici non si aspettavano un’evoluzione così rapida e drammatica”. Eppure, il giorno precedente, la direzione della struttura ha inviato una comunicazione alla Procura nella quale si evidenziano le condizioni cliniche del paziente. “Non gravi ma critiche, era una condizione da studiare con attenzione”, conclude D’Urso. Non si è fatto in tempo a farlo.

da Il Fatto Quotidiano n°34 del 31 ottobre 2009