Dicono: di che vi stupite, ve lo deve dire il caso dei coniugi Mastella che è tutta una questione di raccomandazioni? Dicono ancora: ma guardatevi attorno, nella palude italiana, quanti casi vedete di giovani e meno giovani che trovano o difendono il posto di lavoro con merito, perché sanno fare qualcosa e non perché si raccomandano a qualcuno? E il fenomeno non si è esteso anche alle falangi del lavoro precario? E continuando così non ci sarà bisogno di essere raccomandati anche per essere disoccupati sì ma magari in modo meno drammatico e più arrangiaticcio? È un Paese in ostaggio, ricattato da una realtà antica che però scivola su un piano inclinato e lo fa rotolare.

No, non c’era bisogno della Mastella’family (naturalmente vale anche per loro la presunzione di innocenza benché professino l’innocenza dei presuntuosi) per ratificare lo stato (Stato?) delle cose. Ma loro lo evidenziano dall’alto, e in qualche modo danno un contributo pesantissimo alla “normalizzazione” della segnalazione, ultimo stadio del ricatto solitamente elettoralistico. Segnalazione che in sé, se fatta con i criteri del merito, sarebbe addirittura benefica per chi ne gode, chi la fa, chi la riceve. Ma non sembra essere il caso dei 655 eponimi delle truppe mastellate.Il merito è remoto, l’appartenza è indispensabile. La tremenda lettura è quella che “senza” non si può far nulla, al Sud certo ma sempre di più anche al Centro e al Nord.

È il sistema, un sistema-Mastella sotto i riflettori della magistratura oggi, ma un sistema-Italia complessivo che ci rende un Paese in recessione integrale sotto gli occhi dell’Europa.

Il tuo curriculum non conta niente, nessuno ti misura perché non esistono né si vogliono far esistere autentici metodi di valutazione, la meritocrazia è bandita come un pericoloso diversivo che creerebbe problemi a chi tiene il Paese in ostaggio sotto il suo tallone (i suoi tacchetti… almeno Craxi parlava di stivali…), temo con sempre minor distinzione di colore politico. L’altra faccia di tutto ciò è la crisi del lavoro, l’invidia sociale e il privilegio dei “figli di”, di quella progenie fortunata alla nascita e dei loro corollari per cooptazione che banchettano nel Residence del potere. Dove con gli altri erano (sono?) i Mastella.

Almeno consentiteci la sopravvivenza nel disprezzo di tutto ciò, è un minimo antidoto contro la truffaldina normalizzazione del peggio.

Da Il Fatto Quotidiano n°27 del 23 ottobre 2009