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di RQuotidiano

Il buon giornalismo non è solo occidentale

Uno dei più imbarazzanti stereotipi sul Medio Oriente è che non esistano media indipendenti. “Al Jazeera è la televisione del Qatar!”, “Al Arabiya fa da megafono ai sauditi!” e così via. Il tema, in fondo, è quello di screditare il lavoro degli altri. Ancora oggi risuonano le voci di chi, durante la guerra a Gaza, il conflitto in Siria o le varie Primavere arabe, metteva in dubbio, seduto in un salotto televisivo italiano, le immagini e le testimonianze pubblicate online dai citizen journalist. Alla fine, sembrava quasi che solo l’Occidente fosse autorizzato a raccontare e scrivere. Ma ogni giornale, ogni testata, ha una propria linea editoriale, influenzata anche dal proprietario, dal direttore e dal contesto nel quale opera. Per questo è importante ascoltare e leggere anche il punto di vista degli altri, senza rinunciare alla verifica delle fonti.

Guardatevi le inchieste sui cani da guerra israeliani o su come lavorano i rider in Iraq

È in questo spazio che si inserisce Arij-Arab Reporters for Investigative Journalism, una piattaforma che sostiene il giornalismo investigativo nel mondo arabo. Lo fa premiando i migliori lavori, ma soprattutto supportando concretamente i giornalisti: dalla ricerca di documenti alla verifica delle informazioni, fino alla creazione di contatti con professionisti e organizzazioni. L’impatto di questo lavoro è evidente. Nel 2025, un’inchiesta di Arij sulle condizioni dei pazienti psichiatrici nel reparto forense dell’ospedale Al-Fuheis in Giordania è stata seguita da una visita a sorpresa del ministro della Salute giordano, Ibrahim Al-Bdour, al Centro Nazionale per la Salute Mentale.

Un altro reportage, Deadly Deliveries: The Hidden Face of Delivery Companies in Iraq, ha portato alla luce le gravi criticità nelle condizioni di lavoro dei rider iracheni: dall’assenza di adeguate tutele legali ai contratti svantaggiosi, fino alla mancanza di previdenza sociale, assicurazione sanitaria e risarcimenti in caso di incidenti. Un mese dopo la pubblicazione, il primo ministro iracheno Mohammed Shia’ Al Sudani ha incontrato il giornalista Hassan Al-Shanoun e un gruppo di corrieri e ha disposto l’adozione di misure legislative e regolamentari per rafforzare le tutele dei lavoratori del settore.

Ma le conseguenze di queste inchieste si sono fatte sentire anche in Europa. Il primo classificato di questo anno, Mahmoud El Sobky, nella sua inchiesta The Fangs (zanne, ndr) of Israel: How Europe Supplies Israel with Brutal Canine Weapons, realizzata da Arij in collaborazione con The Guardian, ha analizzato l’impiego da parte di Israele di cani da guerra importati da Paesi europei e le responsabilità etiche e legali delle aziende coinvolte nell’addestramento e nella fornitura degli animali. Dopo la pubblicazione dell’inchiesta, sei membri del Parlamento europeo hanno presentato un’interrogazione formale all’Alto rappresentante dell’Unione europea e vicepresidente della Commissione europea, chiedendo chiarimenti sulla vicenda.

Morale: il giornalismo investigativo prodotto nel mondo arabo non dovrebbe essere liquidato a priori sulla base della provenienza della testata. Va letto, verificato e, quando necessario, criticato. Ma soprattutto va ascoltato.

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