Dal Cefalù alla Bisteccheria: Masterchef del potere
Inchieste

Dal Cefalù alla Bisteccheria: Masterchef del potere

Ecco le recensioni, gastronomiche e non solo, di due ristoranti finiti al centro delle cronache politico-giudiziarie, per i casi Ranucci/Lavitola e Delmastro

di Nanni Delbecchi

Cos’è la destra, cos’è la sinistra? Difficile a dirsi, ma a volte la cronaca viene in soccorso della Storia. La buttiamo là: il pesce è di sinistra, la carne è di destra, due ristoranti di Roma si sono assunti l’onere della prova. Fin dai tempi di Fortunato al Pantheon c’è un intramontabile bipolarismo italiano. Longanesi suggeriva di cucire sul tricolore il motto “Tengo famiglia”. Sempre vero, ma si potrebbe aggiungere “E poi vado al ristorante.”

E andiamo. Da una parte, il Cefalù-Bistrò di pesce gestito da Valter Lavitola prima di confessare l’attentato all’amico Sigfrido Ranucci – una vera amicizia a prova di bomba. Dall’altra, la Bisteccheria d’Italia, mucche di tutte le razze del mondo, dove l’ex sottosegretario Delmastro entrò in società con la figlia di un prestanome della mafia, però a sua insaputa (se no che prestanome sarebbe?).

Il pesce è di sinistra? Già per strada arrivano le prime conferme. Per andare al Cefalù ci si arrampica nel cuore di Monteverde vecchio, salotto buono della sinistra romana carico di memorie cinematografiche. Pasolini, Bertolucci, Nanni Moretti, Ferzan Ozpetek… Purtroppo il Cefalù non c’era ancora, ma per riciclarsi a sinistra Lavitola non poteva trovare miglior lochescion. Ranucci, gli amici, i nemici, gli inviati, i colleghi, i direttori… si trovavano tutti in questa pescheria con uso di bistrò e viceversa, sempre tutto esaurito. Un mio collega rinuncia ad accompagnarmi, “Non me la sento, sarà pieno di microspie” e temo sia difficile prenotare. Invece nessun problema; anzi, mi viene chiesto se preferisco un tavolo all’interno o fuori. Voto dentro, per essere al centro della dolce vitola anche nel dopo Lavitola.

Ma non farà differenza. Arrivo al bistrò appena trascorso l’“Aperifish”, i tavoli sono quasi tutti liberi, e deserto il bancone della pescheria. Né pesci piccoli, né pesci grossi. Incredibile; chissà come sono depresse le microspie, se almeno loro sono rimaste. Nella saletta manca anche Venditti che canta “Ci vorrebbe un amico” che pare risuonasse fino a poco tempo fa, e manca l’aria condizionata, così ci spostiamo nella veranda bianca e blu simil-Mykonos. Menù duro e puro, zero fronzoli masterchef. Carmine, il gentile ragazzo succeduto a Valter –unica presenza in sala, ma più che sufficiente per i quattro tavoli occupati – propone l’antipasto Cefalù completo, però avverte che dopo difficilmente ordineremo altro. Invece io voglio proseguire con il piatto-bandiera, gli spaghetti alle vongole sgusciate. Paolo Mieli, che veniva accompagnato personalmente da Lavitola, ne ha fatto una questione identitaria, la vera ragione per essere qui. Lo capiamo. Togliere il guscio raffredda lo spaghetto, lo scuoce leggermente e spezza il ritmo al palato (ma il tema è divisivo, leggi l’articolo qui). Antipasto di crudo, venti minuti di suspense e finalmente arriva Carmine. Ma perché noi siamo in due e i piatti sono tre? Breaking news! I lupini non sono sgusciati: giacciono sopra gli spaghetti, al riparo delle loro conchiglie. E tutto si spiega: ecco perché il Cefalù è semivuoto, deve essersi sparsa la voce. Non ci venivano per tessere relazioni, fare piani, cercare fonti, imbastire inchieste: ci venivano per le vongole sgusciate! Una brutta botta per il piatto largo, ora al Cefalù ci vuole il piattino d’appoggio dove mettere i gusci mentre lo spaghetto cede il glutine.

La carne è di destra? Per la controprova mi inoltro ai margini di Roma Sud, sulla Tuscolana, anch’essa molto amata da Pasolini (da sempre conteso dall’intero arco parlamentare). Anche qui nessun problema a prenotare. Una Mucca Carolina di cartapesta sorveglia l’insegna con il nome concepito dallo stesso Delmastro: una specie di simbolo elettorale con BISTECCHERIA D’ITALIA in grandi caratteri, rami d’alloro ai lati, e al centro una fiorentina con l’osso al posto della fiamma tricolore. Come al Cefalù, una ventina di tavoli di là dalle vetrine, pure qui deserti per due terzi. Menù semo gente di borgata ma ce piace de magnà bene. A parte i vegetariani che si eliminano da soli, nessun cenno a intolleranze, glutini, lattosi e altre menate radical-chic. Qui si viene per le vacche e le loro bistecche esposte in bella vista nella bacheca illuminata: New vacca bionda austriaca, Toscanina, Fiorentina, Jersey danese, Frisona baltica, Scottona bavarese, Moi Moi un’olandese “dalla marezzatura unica”, Nugena polacca… C’è anche il Toro di Pamplona, ma minimo 700 grammi. Imbarazzo della scelta, però la nostra non è felice, sulla pietra lavica sfrigola una danese saporita, ma senza filetto. “Purtroppo era l’ultima”, ci viene spiegato, così come era l’ultima bottiglia di Morellino di Scansano. Il sorbetto al limone? Terminato. Aleggia una strana aria de fine scorte, alla Bisteccheria d’Italia, come se il disimpegno di Delmastro fosse ancora da riassorbire, o se Vannacci stesse per aprire La Griglieria d’Europa proprio di fronte.

Cos’è la destra, cos’è la sinistra? Non abbiamo certezze, però colpisce il gemellaggio del Cefalù e della Bisteccheria semivuoti: finire nelle cronache giudiziarie non piace a nessuna delle due. Tengo famiglia e vado al ristorante; però a ragion veduta. Giusto essere sempre nel posto giusto, finché è giusto. Appena smette di esserlo, darsela a gambe.

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