Fotografia: una, nessuna, due Sicilie

Fotografia: una, nessuna, due Sicilie

Tra folklore e povertà, mafia e antimafia, "lutto e luce", immagini e letteratura, la storia della fotografia del '900 nella "isola plurale" oggi raccolta in un libro

di Lorenzo Sansonetti

I “due Cristi” è una celebre foto di Letizia Battaglia, che ritrae un uomo appena ucciso dalla mafia, riverso a terra in una pozza di sangue, con un Cristo tatuato sulla spalla. L’immagine della Sicilia è stata per lungo tempo associata a Cosa nostra, a volte in una sorta di involontaria stereotipizzazione. La crudezza delle fotografie di Battaglia rappresenta il suo opposto, ossia il simbolo di chi ha denunciato e lottato contro quella che Peppino Impastato definiva “una montagna di merda”. La dualità è una caratteristica propria della Sicilia, che non è mai stata un luogo univoco, ma un’“isola plurale” – come la definì Gesualdo Bufalino – in una costante “mischia di lutto e luce”. È la stessa ambivalenza dell’emigrazione che vivono gli isolani, divisi tra un destino naturale e la tensione al ritorno – spesso impossibile – a Itaca.

1908, le feste popolari di De Roberto, autore del romanzo “I Viceré”, precursore de il “Gattopardo”.

foto di Federico De Roberto. Randazzo, Festa dell’Assunta: la “Bara”, 1908, in De Roberto 1909.

Esplorare la storia della fotografia in Sicilia significa quindi navigare tra due visioni opposte: da un lato una Sicilia “sequestrata” e folkloristica, dall’altro una Sicilia letteraria e verista, capace di denunciare i conflitti di classe e la violenza mafiosa.
Il recente libro Fotografi siciliani del Novecento (Giunti, 2026) – da cui sono tratte le foto di queste pagine – di Monica Maffioli, storica dell’arte e della fotografia, evidenzia questa pluralità di sguardi, decostruendo con sapienza stereotipi e semplificazioni. Il volume raccoglie – grazie a uno straordinario lavoro di ricerca durato sette anni – 280 foto, da fine ’800 agli anni ’90. Immagini di grande valore, con un’inedita attenzione agli scatti amatoriali che si uniscono alle opere di grandi maestri della fotografia, della letteratura e del cinema. E questo legame indissolubile tra arti e linguaggi differenti emerge con forza dal volume e dalla tradizione culturale isolana.

Unrra Casas – Ufficio Distrettuale della Sicilia, Porto Empedocle, provincia di Agrigento, marzo 1955. Inchiesta sulle abitazioni malsane in Sicilia

Dalla fine dell’Ottocento, la grande letteratura siciliana ha eletto la fotografia a strumento di indagine. Stupisce così scoprire le foto di Giovanni Verga, per cui l’apparecchio fotografico è un “dispositivo di autenticazione del proprio immaginario narrativo”. L’ autore dei Malavoglia immortalava i volti dei contadini di Vizzini, narrando con le sue immagini l’identità stessa dell’isola e della sua secolare cultura rurale.

Questa ricerca del vero fa da contraltare alla “Sicilia delle cartoline”, a quella Scuola di Taormina che, con il celebre fotografo tedesco Wilhelm von Gloeden, ai primi del Novecento trasformava i giovani siciliani in efebi greci. Una rappresentazione teatrale edonistica e di grande valore artistico con echi neoclassici, ma i cui nudi maschili arrivano a ispirare anche Pier Paolo Pasolini e suoi “ragazzi di vita”.

Foto di Wilhelm von Gloeden. Giovane siciliano, 1885 ca. Archivi Alinari, Firenze

La Sicilia teatrale e poetica di Wilhelm von Gloeden e della scuola di Taormina è il contraltare del verismo letterario delle foto di Giovanni Verga

La dualità del volto crudo del conflitto emerge attraverso le inchieste sulle diseguaglianze. Da Eduardo Ximenes, palermitano e fondatore dell’Illustrazione Italiana, che documenta la realtà dei “carusi nelle solfatare” a Louise Hamilton Caico che narra la realtà sociale del latifondo. Nel dopoguerra, questa spinta alla denuncia diviene corale con il Neorealismo. La fotografia abbandona la dimensione poetica per entrare nel racconto sociale. Emblematiche sono le inchieste dell’ente Unrra Casas sulle “abitazioni malsane”, dove lo sguardo dei fotografi mette a nudo le contraddizioni del lento processo di sviluppo dell’isola.

foto di Giuseppe Quatriglio. Leonardo Sciascia nella sede della casa editrice Sellerio in posa accanto a un visore stereoscopico, 1978.

Per Leonardo Sciascia la “sicilitudine” è una metafora della contemporaneità e la fotografia il punto d’incontro tra realtà e immaginazione. È indissolubile il legame con le immagini di Ferdinando Scianna

Leonardo Sciascia è il perno di questo legame tra letteratura e immagine, laddove assegna alle fotografie il valore di “testimonianze veritiere (…) tra realtà e immaginazione”. Sciascia, autore di diversi saggi sulla fotografia e di molti scatti amatoriali, è mentore di una generazione di fotografi, da Enzo Sellerio a Ferdinando Scianna, da Melo Minnella a Giuseppe Leone, che costituiscono una vera e propria scuola. Di Sellerio – fotografo e editore palermitano – Sciascia descrive i reportage che “raccontano e significano la Sicilia con una verità e una fantasia (poiché non c’è verità senza fantasia)”. È Sellerio stesso – tra coloro che ha portato in Italia l’approccio di Cartier-Bresson e della scuola umanista francese – a definire il fotografo come “uno scrittore che si esprime per immagini” alla ricerca di un rigore formale capace di trasformare la cronaca in iconografia.

foto di Ferdinando Scianna, Palazzolo Acreide, 1976. Magnum photos / contrasto

Ferdinando Scianna, nato a Bagheria, è l’interprete forse più noto di questa scuola e della dualità isolana, dove il binomio luce e ombra diventa centrale. Le feste religiose in Sicilia – libro firmato a quattro mani nel ’65 con Sciascia – insiste esattamente sull’identità culturale isolana con la profondità antropologica, senza concessioni al folklore. Proprio a Scianna si ispira Giuseppe Tornatore, il regista premio Oscar, che ha mosso i primi passi da fotografo nelle stesse strade di Bagheria raccontate poi nei suoi celebri film.

Sicilia uguale mafia. Per molto tempo questo stereotipo ha marchiato l’isola. Se abbiamo visto la cruda violenza di Cosa nostra lo dobbiamo al coraggio etico di Letizia Battaglia

Foto di Tano D’Amico. Funerali di Giuseppe Fava

A partire dagli anni ’60, la fotografia diventa un’arma di impegno civile contro il potere mafioso. Se nei primi anni ’50 la cronaca documentava una mafia rurale quasi rituale, con il quotidiano L’Ora l’obiettivo si trasforma in “strumento di impegno civile”. Grazie al lavoro coraggioso di Letizia Battaglia (pag. 139), Franco Zecchin, Tony Gentile – come osserva Maffioli – il “ricordare diviene un atto etico”, necessario a scuotere le coscienze di fronte alla violenza di Cosa nostra. Impegno che caratterizza l’intera vita – dagli anni ’70 a oggi – di Tano D’Amico. Nato a Lipari, narratore di lotte sociali e vite ribelli. Irregolare, non incline ai compromessi, rappresenta un’eccellenza troppo scomoda per l’editoria mainstream.

In questo secolo – che visto così non appare affatto breve – dalla “Sicilia ignorata” di Federico De Roberto fino ai paesaggi metafisici di Giovanni Chiaramonte, la fotografia siciliana ha saputo superare i confini regionali e affermarsi come sguardo compiutamente cosmopolita. È la “Sicilia come metafora” della contemporaneità di cui scrive Sciascia. Una narrazione visiva che ci riconsegna un’isola che, dopotutto, “non è Europa e non è Africa, è soltanto Sicilia”. È questa la complessità della “sicilitudine”. Per dirla con Pirandello: una, nessuna, centomila.

Foto di Giovanni Chiaramonte, “Geraci Siculo”, dalla serie “Dolce è la luce”, 1997
Foto di Gianfranco Ayala, “Caltanissetta. Uomo con carro”, 1950 ca.

Il secolo siciliano

Un lavoro di ricerca durato oltre sette anni, una raccolta straordinaria di immagini, notizie e riflessioni sulla “sicilitudine”. Il volume “Fotografi siciliani del Novecento” (416 pagine, Giunti, 2026) di Monica Maffioli – storica dell’arte e della fotografia, vicepresidente della Sisf – è un’opera preziosa per conoscere e scoprire l’unicità e la pluralità della produzione culturale siciliana. Fotografia, letteratura e cinema si intrecciano in una collezione che scorre dai primi scatti amatoriali di fine ’800 fino ad alcune delle opere più importanti della storia della fotografia. Un libro curato nei particolari che esalta la complessità di una terra ricca di arte e contraddizioni, che ha prodotto più di ogni altra una narrazione di cruda verità e insieme di straordinaria immaginazione. Il libro di Maffioli affonda nelle radici di una storia della fotografia che l’autrice considera “essersi conclusa”, ma che può essere fondamentale per affrontare le sfide della cultura visiva del presente.

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