Suor Lara: “Clausura? Non siamo  prigioniere né eroine, ma lì fuori la fede sembra andare avanti a spot”
Interviste

Suor Lara: “Clausura? Non siamo prigioniere né eroine, ma lì fuori la fede sembra andare avanti a spot”

di Ettore Boffano

A lungo, usando parole del lessico medievale, foste chiamate addirittura le “prigioniere di Dio”. Ma per carità, non è più così… Che immagine triste: non ci appartiene. Noi qui dentro esistiamo, ci confrontiamo, abbiamo una vita. Oggi la clausura non è più quella che immaginate voi. C’è stato il Concilio, anche per noi: e tutto, poco alla volta, si è evoluto e continua a farlo. Io a volte esco: per andare a trovare mio padre che ha 90 anni, per accompagnare altre sorelle dal medico. Guido l’auto e qualche volta, per ragioni di famiglia, vado ancora a Milano e prendo il treno e poi la metropolitana.

Non è vero che qui, nel silenzio, dimentichiamo gli altri. E la nostra scelta radicale non ci fa essere orgogliose, tutto il contrario. La vita monastica ti fa vedere quanto sei fragile

Com’è, dunque, la giornata di una “donna di Dio”?

È scandita dalla Liturgia delle Ore e dalla preghiera. Ci alziamo verso le 5,30 e ciascuna di noi, siamo in 15 nel convento, per una quarantina di minuti prega in solitudine. Poi andiamo nella cappella per le Lodi e la messa. Finiamo verso le 8 e alle 9 c’è un nuovo momento di preghiera: l’Ora Terza. Dopo si lavora sino a mezzogiorno. A quel punto, c’è il pranzo. Il menù? Non è mai di lusso, ma in tavola arriva tutto, compresa la carne: quattro volte la settimana. Una di noi legge un testo ad alta voce per tutta la durata del pasto. A cena, invece, si leggono i giornali: Avvenire, La Stampa. Ci teniamo informate: abbiamo tutte il cellulare, il computer. Nel convento c’è anche la televisione, ma non la guardiamo più di tanto. Nel pomeriggio c’è uno spazio di tempo libero e dalle 17 alle 18 ognuna sta nella sua cella: studia, prega. Dopo si celebrano i Vespri, prima della cena. L’ultimo atto della Liturgia delle Ore, la Compieta, precede il ritiro della notte.

Che cosa vuol dire lavorare in un convento di clausura?

I lavori sono gli stessi di una grande famiglia. La lavanderia, la cucina, le pulizie, la sartoria, la stireria, l’assistenza alle suore anziane. Poi ci sono l’orto da coltivare e le galline da accudire. Io, per esempio, sto in cucina e suono anche l’organo durante le liturgie, alternandomi ad altre due sorelle.

Non siamo ‘recluse’: abbiamo cellulare, email, ci sono persone che chiedono aiuto e noi rispondiamo. Qui suono l’organo e scrivo favole per bambini. La scelta di farmi suora? Una lotta

Ci sono dei sacrifici che pesano di più?

A turno, tre di noi restano il sabato notte in adorazione e in preghiera e di giorno, invece, c’è sempre una sorella che prega davanti al tabernacolo. È impegnativo, non c’è dubbio, ma è anche un grande momento di silenzio e di confronto con Dio.

Nel celebre documentario radiofonico di Sergio Zavoli del 1957, “Clausura”, la suora intervistata risponde sottolineando proprio la forza di questa scelta assoluta ed estrema di fede. “Fuori chi crede cerca Dio negli uomini – dice –, ma qui dentro cerchiamo gli uomini in Dio”. È così?

Sì e no. Trovo quelle parole forti e importanti, ma non vorrei che facessero pensare a una segregazione totale, a una chiusura verso gli altri. Nella fraternità della clausura le relazioni ci sono e sono fondamentali. Non è che parliamo tra di noi tutto il giorno, ma facciamo comunità e nella preghiera troviamo davvero gli uomini in Dio.

Questa, però, è la contraddizione che noi “di fuori” sentiamo più forte pensando alle vostre scelte: credere in Dio, amare l’umanità e soprattutto quella che soffre, ma poi non fare nulla per aiutarla.

Anche chi crede e si impegna nel mondo può incontrare al massimo una, 10, magari 100 persone che hanno bisogno di lui. Ma Gesù nel Vangelo dice: ciò che avrete fatto anche a uno solo di voi lo avrete fatto a me. E, glielo ripeto, il Concilio ha cambiato molte cose. Abbiamo il cellulare, le e-mail. Ci sono persone che ci chiedono aiuto: hanno bisogno di essere ascoltate, confortate. A volte vengono qui e le incontriamo.

Insomma, oggi potremmo parlare quasi di una “clausura gentile”.

In qualche modo è giusto dire così. Qui la gentilezza è dappertutto.

Lei è entrata a 21 anni. Ma come può accadere?

Non è una scelta personale, ma la risposta a una chiamata. È una lotta: non è facile accettare, pensare di lasciare la tua famiglia, di non avere figli, un lavoro, dei soldi. Ma dentro di te senti un’attrazione alla quale non puoi sfuggire, anche quando tentenni, quando vorresti sottrarti. In quei momenti stai molto male. Poi arriva il momento finale della scelta e allora ti senti liberata perché sai che ora sei sulla strada giusta.

Per lei come è andata?

Ho perso mia madre quando avevo 14 anni. Mio padre faceva l’infermiere e in ospedale aveva delle colleghe che erano suore del Cottolengo. Così a 16 anni sono venuta a Torino. Ho iniziato a fare volontariato: io provenivo da una famiglia povera e per me non era difficile pensare a chi aveva bisogno. Immaginavo che mi sarei dedicata al volontariato per tutta la vita. Poi è successo.

E suo padre?

La prese molto male, all’inizio fu molto difficile. I miei amici erano tutti contrari. Anche quella che oggi continua a essere la mia migliore amica fatica a capire. Qualcuno piangeva per me.

Che cosa le è mancato di più della vita di allora?

Andare in vacanza, soprattutto nei primi anni, camminare in montagna, vedere dei posti. E poi studiare. Io ero iscritta a psicologia e ho lasciato l’università a 21 anni. Mi è costato parecchio farlo, dopo in convento ho cominciato a studiare teologia e ho recuperato la passione di allora per i libri, per la lettura e la scrittura.

Scrive?

Sì, farlo per me è fondamentale. Tengo la corrispondenza con persone che hanno bisogno di confronto e aiuto. Poi ho scritto articoli e libri: sulla vita del Cottolengo e di altre figure della congregazione. Ma anche libri per i bambini, una cosa che mi ha preso molto. Sto ultimando un volume con 11 favole.

Ha mai pensato di lasciare?

No mai! (scuote la testa con fare netto, la mano destra si leva come chi scaccia un brutto pensiero, ndr). Neppure quando ho trascorso quasi più di un anno fuori per assistere mio padre malato a Milano. Ora l’ho portato qui nella RSA del Cottolengo ed esco per andarlo a trovare. Ma sono sempre tornata. Non ho potuto resistere lontano dal monastero: il silenzio, i momenti di solitudine e di riflessione, le liturgie. Non potrei mai lasciare tutto questo.

Già, il silenzio. Quando vi alzate alle 5,30, accade per voi ciò che al mattino viviamo anche noi che stiamo fuori: la fine del buio e del silenzio. In monastero, però, il silenzio rimane. Che cosa significa?

Il silenzio è ascolto, senza il silenzio non puoi ascoltare te stessa e neppure Dio. E anche gli altri. Ti aiuta a sentirti sorella di tutti.

Torniamo alla contraddizione di prima però: nel vostro silenzio, gli altri non ci sono.

Non è così, ma mi rendo conto che non è facile da spiegare. Noi siamo, con la nostra preghiera, il canale nel quale passa l’acqua di Dio: la sua grazia, la sua misericordia. Il nostro è un aiuto misterioso, ma forte e non chiede di essere ricompensato.

Non c’è forse una tentazione quando si fa una scelta come la sua? Sentirsi un po’ degli eroi. L’eroismo di chi si sacrifica. Un peccato d’orgoglio, oserei dire.

Per me non è stato così e non credo lo sia in genere. Quando entri qui ti rendi contro della tua povertà umana. Fuori semmai potevi essere orgogliosa, ma il silenzio ti aiuta a capire che ci sono un mondo e, soprattutto, la tua vita che devono essere messi in ordine. Ti accorgi che in fondo ti è andata bene, che quando eri fuori sei stata fortunata perché non ti sono capitate certe cose, che sei stata misteriosamente preservata. La vita monastica ti fa intravedere quanto, in realtà, sei fragile.

Da qua dentro, da questo osservatorio carico di spiritualità, come le paiono oggi le sorti della fede?

Vedo una fede che va avanti spesso a spot. Oggi Dio trova attenzione quando a ricordarlo sono personaggi forti, credibili: penso al Papa o a figure, per esempio, come don Luigi Ciotti. Queste persone hanno un peso e lo mettono a disposizione del Vangelo. E talvolta riescono ancora a stuzzicare attenzione sulla fede. Ma la società è laica oggi. E nasconderselo sarebbe sbagliato.

E lei vede una speranza per ciò che un monastero come questo rappresenta? Ora siete 15, un tempo eravate 60. Ci saranno ancora ragazze di 21 anni pronte a fare la scelta? Non vi sentite un po’ come “l’ultimo dei Mohicani”?

Non credo che la chiamata alla vita monastica sia in via di estinzione. Credo che ci potrà ancora essere chi riuscirà a capire l’umiltà e la bellezza di questa esistenza.

Che cos’è invece la morte per chi vive in clausura? Un tempo vi chiamavano anche “alunne della morte”, nelle cappelle e nei conventi ricorreva spesso il simbolo di un teschio e, quando moriva una suora, le campane suonavano a festa perché aveva incontrato Dio. È così ancora oggi?

Il dolore per una separazione resta drammatico anche qui. Ma tutta la vita è segnata dai distacchi. La nascita è il primo, la morte è l’ultimo. Abbiamo però la certezza che la vita non finisce, ma si trasforma e allora preghiamo perché chi se n’è andata possa ricongiungersi subito con Dio. Ma è una leggenda che la fede possa cancellare la sofferenza davanti alla morte, elaborare il lutto è sempre difficile.

In questi giorni, la lettura dei giornali durante la cena, quel poco di televisione che vi concedete e il computer vi raccontano un mondo di guerre e di ferocia. Non crede che sia la sconfitta di Dio?

No, Dio salva tutti, tutti coloro che scelgono il bene e non il male. E salverà di certo le vittime del male. La libertà di scelta ha un valore incommensurabile e dunque siamo noi che scegliamo se essere salvati oppure no. Dio vorrebbe salvarci tutti, ma gli rendiamo la vita difficile da questo punto di vista. La fede, però, ci fa dire che la salvezza esiste e arriverà quando il mondo finirà e Dio riassumerà tutto in sé e ricapitolerà la storia. San Paolo, nella prima lettera a Timoteo, dice che Dio vuole che “tutti gli uomini siano salvati”, ma la salvezza non è di massa, arriva invece per ciascuno.

È questa l’ultima certezza, l’ultima consolazione?

Esiste la drammatica possibilità che l’uomo dica di no al suo Dio. Ma noi preghiamo anche perché ciò non accada.

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