In fondo lo abbiamo sempre pensato un po’ tutti: lo scienziato è materialista. Perché più avanza la scienza, meno serve Dio. Nel 1997 però uno studio pubblicato da Nature smonta il luogo comune e racconta che il 40% circa degli scienziati americani crede in un essere supremo. Dieci anni dopo arriva una nuova sorpresa. Elaine Howard Ecklund, sociologa della Rice University, intervista più di 1600 ricercatori e cattedratrici delle maggiori università statunitensi. E scopre che tra chimici, biologi e fisici sono proprio questi ultimi – abituati a studiare l’universo e la sua origine – a dichiarare più spesso una fede in Dio o in una qualche forma di trascendenza personale. Perché non è la religione a resistere alla scienza, ma è la scienza a riaprire tutte le domande. Così la questione Dio smette di essere solo un dilemma filosofico, ma diventa una faccenda quasi da laboratorio.
Così le scoperte scientifiche più avanzate rilanciano le grandi domande
Ad affrontarla così sono in tanti. Il primo è una figura che da sola basta a far saltare gli stereotipi: Georges Lemaître, fisico belga, sacerdote cattolico, matematico di razza, uomo capace di maneggiare con la stessa disinvoltura la teoria della relatività generale e la tonaca. Guardando le equazioni di Einstein, Lemaître capisce che l’universo non è statico, non è eterno, non è lì da sempre. Si espande. E se si espande, allora ha avuto un inizio. Lo chiamerà “atomo primordiale”. Noi oggi parliamo di Big Bang. All’inizio molti diffidano di lui proprio perché è un prete. Perfino Einstein, che pure gli aveva fornito l’alfabeto matematico, prima di cambiare idea, storce il naso. Ma il punto è segnato: l’universo entra nel tempo, e con esso rientra dalla finestra l’interrogativo che la filosofia credeva di aver lasciato sulla porta. Se il cosmo comincia, perché comincia? La conferma sperimentale arriva nel 1965 con Arno Penzias, fisico americano dei Bell Labs e premio Nobel nel 1978 insieme a Robert Wilson. Penzias e Wilson intercettano fra le stelle un fastidioso rumore. È la radiazione cosmica di fondo: il fossile termico dell’universo bambino, l’eco del Big Bang.
Ma l’inizio, da solo, non basta ancora a fare scandalo. Il vero scandalo arriva quando la fisica si accorge che l’universo non solo esiste, ma sembra anche straordinariamente ben regolato. È il tema del fine-tuning, la taratura fine delle costanti fondamentali: gravità, interazioni nucleari, costante cosmologica, massa delle particelle. Basta spostarne di poco il valore e le galassie non si formano, la chimica complessa non nasce, la vita non compare. Qui entrano in scena alcuni scienziati che non si possono liquidare come un gregge di devoti. Francis Collins, per esempio, è uno dei grandi nomi della biologia contemporanea: medico, genetista, direttore del Progetto Genoma Umano, poi capo dei National Institutes of Health. Uno, insomma, che ha trascorso la vita nel cuore duro del metodo sperimentale. Eppure proprio lui, nel suo The Language of God, scrive che “l’universo sembra essere stato finemente regolato per consentire l’esistenza della vita”. Poi c’è Paul Davies: fisico teorico britannico, autore di lavori importanti sull’origine dell’universo e della vita, divulgatore raffinato. Davies parla delle leggi fisiche come di qualcosa di “ingegnoso”, quasi che nel tessuto della natura ci sia una parsimonia intelligente, un’economia di struttura che fa pensare più a un ordine che a un’esplosione casuale di possibilità.
A questo punto, però, il lettore laico potrebbe ancora alzare le spalle: va bene, l’universo è regolato, ma perché tirare in ballo Dio? Ed è qui che arriva un altro scienziato decisivo, Eugene Wigner. Ungherese naturalizzato americano, protagonista della meccanica quantistica, Nobel per la fisica nel 1963. Wigner non parla da credente militante. Parla da fisico atterrito da un’apparente ovvietà: la matematica funziona troppo bene. Nel suo saggio sulla “irragionevole efficacia della matematica nelle scienze naturali” osserva che il linguaggio matematico non si limita a descrivere il mondo: lo cattura con una precisione quasi indecente. È “qualcosa che rasenta il misterioso”, scrive; e aggiunge che non esiste una spiegazione razionale di questa efficacia. In altre parole: perché la mente umana, producendo equazioni, trova le chiavi giuste per aprire le porte del reale? Si torna insomma ad Albert Einstein, il santo laico del Novecento. Einstein non era un credente nel senso classico. Non credeva nel Dio personale che ascolta, giudica, premia e punisce. Ma non era nemmeno un ateo semplice. Disse esplicitamente: “Non sono ateo”. E quando gli chiesero che Dio fosse il suo, rispose con la formula celebre: “Credo nel Dio di Spinoza, che si rivela nell’armonia di ciò che esiste”.
Naturalmente c’è anche l’altro partito. Steven Weinberg, Nobel per la fisica nel 1979 guarda lo stesso universo intelligibile di Einstein e ne trae la conclusione opposta. “Più l’universo sembra comprensibile, più sembra anche privo di senso”, dice. È una delle frasi più dure della fisica contemporanea, che fa il paio con le riflessioni sul cosmo di Stephen Hawking. Il tempo stesso, afferma Hawking, nasce con il Big Bang: chiedere cosa c’era prima è come chiedere cosa c’è a nord del Polo Nord. Che cosa resta, dunque, delle prove dell’esistenza di Dio? Se uno vuole essere severo, può rispondere: nulla. Nessuna dimostrazione geometrica, nessun sillogismo capace di costringere l’incredulo alla resa. Kant, da questo punto di vista, non è smentito: Dio per i credenti è un’esigenza morale, non il risultato di un esperimento. Ma se uno vuole essere onesto, deve aggiungere: resta moltissimo. Restano un universo che ha un inizio, leggi che sembrano calibrate, una matematica che aderisce al reale come una pelle. Restano alcuni scienziati di primo piano che, arrivati al bordo delle loro teorie, ricominciano a parlare di armonia, di mente, di ordine, di mistero. Perché certi indizi, a volte, sono più testardi delle prove.