L’infiammarsi della campagna elettorale referendaria sulla riforma costituzionale Nordio-Meloni, che introduce la separazione delle carriere fra pubblici ministeri e giudici e nel contempo depotenzia e svilisce il Consiglio Superiore della Magistratura, frantumandolo in tre organismi diversi la cui composizione è affidata alla casualità del sorteggio (un Csm per i pm; un Csm per i giudici; un’Alta corte disciplinare per tutti i magistrati), impone di porsi alcune domande cruciali cui è doveroso rispondere prima di decidere se votare Sì o No.
Da mesi il confronto politico-mediatico diviso fra le opposte tifoserie tende a semplificarsi nell’alternativa secca: separazione delle carriere sì o no. Ma questa rappresentazione binaria è fuorviante. Così come è ancor più fuorviante, perché lo è in modo “doloso” e strumentale, la massiccia campagna referendaria per il Sì che cerca di confondere l’elettore con lo slogan “vuoi, come noi, riformare la giustizia? Allora vota Sì!”. Fuorviante perché è una vera e propria truffa far credere che la (contro)riforma Nordio sarebbe una riforma della giustizia: mentre non lo è affatto, essendo semmai una riforma della magistratura, anzi contro la magistratura.

Il Sorteggio Per scegliere i membri del Csm è truccato per dare più peso alla componente politica
La vera domanda che ogni elettore dovrebbe porsi è un’altra: quanto mi serve questa riforma? Come dire: quanto serve davvero ai cittadini? Premesso l’innegabile cattivo funzionamento della giustizia in Italia oggi, quanto la riforma può incidere sui problemi reali della giustizia italiana, a cominciare dalla lentezza cronica dei processi e dall’incertezza dei diritti e delle pene?
Così arriva “l’avvocato della polizia”
Ebbene, è facile rispondere: la riforma non potrà in alcun modo migliorare l’efficienza e l’efficacia della giustizia, non ne migliorerà la qualità, non consentirà in alcun modo di intervenire sui tempi del processo penale e di quello civile, non darà alcuna garanzia di giustizia in più ai cittadini “normali”, né ai cittadini vittime dei reati, e neppure ai cittadini cui capiti di imbattersi nelle maglie della giustizia. Gli uni e gli altri hanno diritto ad avere una sentenza giusta in tempi ragionevoli. E questa riforma non fa nulla perché ciò sia assicurato. I sostenitori della riforma la presentano come necessaria per garantire maggiore imparzialità del giudice e un più equo bilanciamento tra accusa e difesa. Ma in realtà è assai più probabile che le cose si aggravino anche su questo versante. Perché la separazione delle carriere avrebbe come conseguenza inevitabile che i pm diventerebbero un corpo autonomo, dotato di un proprio Consiglio superiore e perciò di un’autonomia ancora più marcata rispetto all’attuale situazione. Un gruppo ristretto ed impermeabile, altamente specializzato, investito di un potere enorme: decidere chi indagare, quando farlo e con quali priorità, nel nome dell’obbligatorietà dell’azione penale. Una corporazione chiusa in sé stessa, sganciata dall’ambito della cultura della giurisdizione, di veri e propri “avvocati della polizia” (con in più il potere di dirigere la stessa polizia giudiziaria): portati inevitabilmente a ignorare sempre più i diritti di garanzia e a trasformarsi in un vero e proprio potere dello Stato.
La vittoria del Sì darebbe ai pm un potere enorme che non resterà a lungo senza controllo
Un potere così vasto, esercitato senza contrappesi efficaci, non può restare a lungo privo di controllo. Ed è qui che si profila lo sbocco quasi inevitabile: la progressiva sottoposizione del pubblico ministero all’esecutivo, quindi alla politica. Non si tratta di fare un processo alle intenzioni dell’attuale governo Meloni che afferma, formalmente con ragione, che in questa riforma non è prevista alcuna forma di sottoposizione del pm all’esecutivo, perché l’autonomia e l’indipendenza del pm è garantita dalla Costituzione che su questo principio non viene toccata dalla riforma. A noi interessano poco le intenzioni proclamate dall’attuale maggioranza governativa, anche se nulla le impedirebbe di fare un passo alla volta: prima la separazione delle carriere e poi la sottoposizione del pm al governo secondo un antico progetto politico di marca spiccatamente reazionaria ed autoritaria, che ha avuto in Licio Gelli un sostenitore convinto.
L’effetto delle carriere separate? Guardate all’estero
Quella che conta davvero è un’altra considerazione: l’assoggettamento del pm al potere esecutivo, se passasse questa riforma, sarebbe una conseguenza inevitabile, a prescindere dalle intenzioni dichiarate dell’attuale governo. Non per una scelta ideologica, ma per una logica istituzionale. Un organo così potente, se isolato dal resto della magistratura, non può restare totalmente fuori controllo, e quindi deve finire prima o poi per essere ricondotto sotto un controllo politico diretto. È uno scenario che molte democrazie conoscono bene e che la Costituzione italiana ha volutamente cercato di evitare mantenendo il pm all’interno del circuito della giurisdizione.
L’esperienza comparata lo dimostra chiaramente: nei Paesi in cui le carriere sono separate, il pubblico ministero è sempre, in forme più o meno marcate, sottoposto al potere esecutivo. Non esistono modelli di pm separato, totalmente indipendente e al tempo stesso privo di controlli e responsabilità verso un altro potere superiore. Un potere senza controllo non è compatibile con uno Stato di diritto e, prima o poi, qualcuno deve esercitare quel controllo. In assenza di un’autonoma legittimazione democratica, quel “qualcuno” non può che essere il governo. Così come avviene per la polizia giudiziaria che nelle sue varie articolazioni di polizia, carabinieri e Guardia di finanza è sottoposta al controllo di un ministro, sarà così anche per i pm, inevitabilmente sottoposti al ministro della Giustizia.
Ecco, dunque, il percorso tracciato dalla riforma e le sue conseguenze, alcune immediate, altre inevitabilmente a breve.
Da una parte, nessun beneficio concreto per i cittadini “normali” che quotidianamente si confrontano con una giustizia lenta, farraginosa e spesso inefficace. Nessun intervento sui tempi dei processi, nessun rafforzamento degli organici e dell’organizzazione giudiziaria, né riforme delle regole processuali. I problemi veri della giustizia restano irrisolti.
Dall’altra, gli unici benefici si prospettano semmai per gli imputati “eccellenti”, a cominciare dalla classe politica. Una magistratura requirente separata, isolata dalla giurisdizione e spinta nell’orbita delle forze dell’ordine, e perciò potenzialmente sottoposta al controllo dell’esecutivo, riduce inevitabilmente la sua autonomia quando le indagini dovessero sfiorare i livelli “alti” della gerarchia sociale. Altro che riequilibrio tra accusa e difesa: il rischio più concreto è l’ampliamento dell’area di impunità per chi governa.
E adesso Nordio denunci se stesso
Quanto ora detto è “confermato” dallo stesso Nordio. Novello Tafazzi, egli ha infatti candidamente affermato: “Mi stupisco che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro , nel momento in cui riuscissero ad andare al governo”. E poiché qualcuno è arrivato a minacciare una denunzia penale per falso contro coloro che osano sostenere che il pericolo di sottoposizione è consequenziale alla separazione delle carriere, verrebbe da dire che il primo da denunziare è proprio il ministro! Ma i problemi non si fermano qui. La riforma interviene in modo radicale anche sul Consiglio superiore della magistratura, il cuore pulsante dell’autogoverno giudiziario. I nostri padri costituenti lo avevano immaginato come uno scudo contro le interferenze della politica. Oggi, invece, si propone di stravolgerne la composizione attraverso il sorteggio. Il sorteggio, a prima vista, può sembrare la soluzione più semplice per spezzare correntismi e giochi di potere. Ma non come viene concepito nella riforma Nordio, ove si nasconde un meccanismo assolutamente sbilanciato. Per i membri togati, il sorteggio è affidato al puro caso: una pesca casuale da un bacino di migliaia di magistrati. Per i componenti laici, invece, il sorteggio avviene all’interno di una lista ristretta, predisposta e approvata dal Parlamento, cioè dalla maggioranza politica del momento.
Il risultato sarebbe un Consiglio composto, da un lato, da magistrati scelti alla cieca, e, dall’altro, da un gruppo compatto, omogeneo, politicamente orientato. Uno squilibrio evidente, che rischia di trasformare definitivamente il Csm da organo di garanzia a luogo di influenza politica.
Altro pilastro della riforma è la creazione di una nuova Alta corte disciplinare per giudicare i magistrati. Anche qui, l’intento dichiarato è quello di rendere il sistema più efficiente e trasparente. Ma l’architettura prevista nasconde un paio di trappole.
La prima trappola, la più evidente, è quella che consente di far parte di questa Alta corte esclusivamente a magistrati che svolgono o abbiano svolto funzioni di legittimità, cioè giudici della Corte di cassazione. Restano esclusi per legge tutti i magistrati di merito: quelli che ogni giorno celebrano processi nei tribunali e nelle corti d’appello, confrontandosi con la realtà concreta della giustizia. Col risultato di tornare indietro di settant’anni, ricreando una divisione fra magistratura di serie A e di serie B.
La seconda trappola riguarda l’appello. Oggi un magistrato sanzionato può ricorrere alle Sezioni unite della Cassazione, un organo terzo, esterno e superiore. Con la riforma, invece, l’appello verrebbe deciso all’interno della stessa Alta corte, da un diverso collegio, ma sempre appartenente allo stesso organismo. In sostanza, un sistema chiuso, autoreferenziale che controlla e giudica se stesso, eliminando una garanzia fondamentale del giusto processo.
In difesa della democrazia
Mettendo insieme tutti questi elementi, il quadro che emerge è allarmante: un pubblico ministero fatalmente destinato alla sottoposizione al governo; un Csm frantumato in tre organismi con un sorteggio truccato che rischia di consegnarlo alla maggioranza parlamentare di turno; un sistema disciplinare autoreferenziale e poco rappresentativo.
In definitiva, la vera posta in gioco in questo referendum va ben al di là della separazione delle carriere, in quanto è una riforma che mette a rischio l’equilibrio democratico fra i poteri. Non si tratta di una questione tecnica da riservare agli addetti ai lavori, ma di una scelta che incide direttamente sulla qualità della democrazia e sulle garanzie dei cittadini.
La domanda finale, allora, è inevitabile: vale davvero la pena correre rischi così elevati? Vale la pena mettere in discussione l’indipendenza della magistratura – uno dei pilastri della nostra democrazia – in nome di una riforma che non promette alcun miglioramento concreto per i cittadini? Se la risposta – come noi riteniamo – è NO, NO dovrà essere anche il voto da esprimere al referendum del 22-23 marzo.
In sintesi, questo referendum non offre soluzioni ai problemi reali della giustizia italiana, ma apre la strada a squilibri istituzionali profondi e potenzialmente irreversibili. Per queste ragioni, votare No non è una scelta conservatrice, ma un atto di responsabilità e di difesa della democrazia.