Una lunga fila di acquirenti giovani ed eccitati, soprattutto ragazze, intasa il marciapiede di corso Buenos Aires, la via milanese dello shopping. Molti sono lì dall’alba. È stato annunciato l’arrivo dei nuovi Labubu, i peluche sorridenti e con i dentini aguzzi che piacciono tanto alla Gen Z. Li ha inventati Kasing Lung, un disegnatore di Hong Kong, ispirandosi alla mitologia scandinava, e dal 2019 li produce la catena cinese di giocattoli e gadget Pop Mart che ha visto le vendite impennarsi del 107 per cento. La politica di vendita è pensata per creare assuefazione: il Labubu di turno, ne esistono 300 varianti, sta in un blind box, lo compri alla cieca sperando di trovare il pezzo raro da aggiungere alla collezione, come facevamo noi un tempo con le figurine dei calciatori, e il gioco è fatto. Quando poi hanno ostentato i Labubu, appesi alle borse, dive del K-pop come Lisa delle Blackpink e star come Rihanna e Dua Lipa, è stata moda globale.
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Mimetismo e conquista. Pizza e sushi, hanno bazar di poco prezzo: poi finanziano l’arte come le petromonarchie
La Cina è vicina, sotto casa. Con 60 milioni di emigrati sparsi ai quattro angoli del pianeta, 300mila di loro in Italia senza contare gli irregolari, i cinesi gestiscono bar e ristoranti, offrono ravioli e maiale in agrodolce, “ciotole roventi” ma anche bubble tea e spiedini, noodles e ramen. Se essere cinesi non basta, si fingono giapponesi o hawaiiani o italiani: anche la pizza e la cotoletta, anche il poké e il sushi. E poi vendono e riparano computer e smartphone, cuciono e tagliano il nostro pret-à-porter, offrono piccola sartoria, servizi di manicure e pedicure, bazar con la qualunque a prezzi irrisori: se cerchi il tostapane o il borsone, il k-way o la felpa, il cavatappi o la pinza, fai prima ad andare da loro. Cortesi e trattenuti, discreti e distanti ma sempre affidabili, i cinesi. Anche questo è soft power.
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Wukong o Bruce Lee? Il re-scimmia del videogame permette al partito di tenere assieme tech, buddhismo e nazionalismo
La Cina è vicina e lontana. Se si prende come benchmark del suo potere culturale il premio Nobel, sta in basso: sette Nobel, contro i 425 degli Stati Uniti, i 144 della Gran Bretagna, i 116 della Germania, i 78 della Francia. Persino il Sudafrica, con 11 Nobel, fa meglio di loro. Le carte peraltro sono truccate: nel conto dei sette riconoscimenti, due dei tre premiati per la fisica erano scienziati naturalizzati americani, i due per la letteratura erano l’allineato Mo Yan e il dissidente (e naturalizzato francese) Gao Xingjian e i due per la pace personalità sgradite a Pechino, l’attivista Liu Xiaobo morto in stato di detenzione e il dalai lama Tenzin Gyatso. Contro le classifiche ufficiali e il “canone” dell’Occidente (anche agli Oscar, tre candidature per i maestri Zhang Yimou e Chen Kaige, nulla di più) stanno le macro e micropolitiche di espansione culturale di Pechino. Così, la Cina è tra noi e non l’abbiamo vista arrivare, quasi non ce ne siamo accorti.
In Kenya si studia cinese dalla 4ª elementare
In grande, ci sono i progetti di partenariato legati alla Nuova Via della Seta: la cooperazione tra le università (100 atenei di 22 paesi, anche i Politecnici di Milano e Torino e l’università di Pavia), i teatri (86 in 32 paesi, anche Emilia Romagna Teatro Fondazione, La Fenice di Venezia, il Regio di Torino e il Carlo Felice di Genova), le biblioteche e i siti turistici (a sorpresa, tra le città della Via della Seta, spunta l’università di Padova). E la longa manus degli Istituti Confucio che promuovono l’insegnamento del mandarino e della cultura cinese: 500 in tutto il mondo, secondi soltanto all’Alliance Française e ben superiori per gittata di fuoco al British Council e al Goethe Institut. In Italia ospitano gli istituti 14 università, a cui si aggiungono 22 Classi Confucio in altrettanti istituti superiori. In Kenya, addirittura, il cinese è diventato materia di studio a partire dalla quarta elementare.
Già, l’Africa, la “Cinafrica”. Con la Nuova Via della Seta Pechino è presente, dalla Tunisia al Sudafrica, in 54 nazioni. All’Algeria ha regalato il Teatro dell’Opera di Algeri, 40 milioni di euro. Al Senegal il Musée des civilisations noires di Dakar, 14mila metri quadrati e 30 milioni di euro di investimento. Così, con un combinato disposto di infrastrutture, accademia e giovanilismo tecnologico, la Cina ha rafforzato la sua influenza in Estremo Oriente e nell’Asia centrale, si è presa l’Africa e marcia spedita verso l’Occidente. A volte, come le petromonarchie, comprandosi pezzi delle impoverite istituzioni culturali europee (dal 2019 il parigino Centre Pompidou ha una filiale nuova di zecca a Hong Kong), altre volte aprendo le porte: è il caso del partenariato tra l’Opera di Pechino e quella di San Francisco, dell’arrivo sempre a Hong Kong di Art Basel, la più importante fiera d’arte contemporanea del mondo: nell’edizione 2024 erano ospitate 242 gallerie di 40 paesi, anche undici italiane. Ai cinesi riesce persino il gioco di prestigio di far convivere armi e arte. È accaduto con il China Poly Group Corporation, nato nel 1984 come ramo dell’esercito e dal 2005 attivo con la divisione Poly Art, che è diventata la terza casa d’aste del pianeta dopo Sotheby’s e Christie’s (e il più grande proprietario di cinema in patria), con un fatturato di 3,7 miliardi di dollari e sedi in 100 Paesi.
Lang Lang tra Chopin e La La Land
Accanto a questa “grosse politik” sta la corsa impetuosa che punta ad accreditare la Cina come patria del nuovo pop, la sua mitologia e il suo immaginario come appetibili per la gioventù d’Occidente. Dei bambolotti Labubu abbiamo già detto, ora parliamo di Ne Zha – L’ascesa del guerriero di fuoco e di Black Myth: Wukong. Che cosa sono? Il primo è un film d’animazione del 2025, sequel di un primo Ne Zha uscito nel 2019. Lussureggiante storia di guerrieri, dei, draghi e monaci, piena di morti resurrezioni e magie, il film è tratto da un classico del XVI secolo e in patria ha avuto un successo sensazionale: 2 miliardi e 200 milioni di dollari d’incasso, in pratica il cartone animato più visto nella storia del cinema. Un fenomeno soltanto interno? Uscito anche negli Stati Uniti e in Italia, Ne Zha ha incassato buone critiche e 250 milioni di dollari. Poco forse (il budget del film era comunque di 80 milioni di dollari, le spese sono più che coperte dal solo mercato estero), ma è il primo passo per testare l’audience globale, mentre il terzo episodio della serie è in lavorazione.
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Storia simile per il videogioco Black Myth: Wukong, che ha raccolto ampi consensi tra gli appassionati di giochi di ruolo d’azione e, uscito nel 2024, ha venduto fuori dalla Cina 30 milioni di copie. Anche qui, c’è un classico tra i classici saccheggiato allegramente (Viaggio in Occidente del 1590, in Italia lo conosciamo come Lo scimmiotto, tradotto da Einaudi nel 1960 e da Adelphi nel 2002). Racconta l’impresa di un pio monaco e di un re scimmia che lo protegge, diretti in India per recuperare alcuni testi canonici del buddhismo. Ovviamente il videogioco semplifica, con lo scimmiotto Sun Wukong che, dotato di un bastone che si allunga e all’occorrenza si rimpicciolisce, combatte draghi, mostri e demoni antropofagi. Ma i combattimenti, dicono i recensori, sono entusiasmanti e la qualità dell’immagine altissima. Black Myth ci dice due cose: che l’occhiuto partito comunista cinese, approvando e applaudendo sulla stampa ufficiale il gioco, ha deciso di mobilitare il patrimonio letterario (e religioso: il buddhismo, nientemeno!) in chiave nazionalista; e che la Cina vuole portare all’incasso la nutrita tradizione wuxia, il loro cappa e spada, e di arti marziali (La tigre e il dragone e Bruce Lee, per intenderci) per muovere all’attacco dei vari signori degli anelli e troni di spade.
Gloria Tang Sze-Wing agli mtv Awards
La Cina fa sinergia. Un brano della colonna sonora di Black Myth è finito in Piano Book 2, il nuovo album di Lang Lang targato Deutsche Grammophon e presentato in pompa magna dappertutto (da noi anche a Porta a porta). Conoscete Lang Lang? Nato a Shenyang nel 1982, prime lezioni di piano a tre anni, oggi è un divo globale da 120 milioni di dischi venduti, un virtuoso della tastiera e un filantropo che crea scuole di musica per i bambini disagiati, nonché un personaggio da cronaca mondana (il suo matrimonio nel 2019 alla reggia di Versailles ha fatto scalpore). Estroverso al limite del cartone animato e assai poco canonico nelle esibizioni (celebre uno Chopin suonato con una mela nella mano destra), oggi Lang Lang vuole essere ed è una popstar: Piano Book 2, 32 brani da meno di un minuto a un massimo di sei minuti, mischia i classici (Beethoven, Bach, Mozart, Chopin, Sibelius, Satie & c., anche Morricone e Ludovico Einaudi) a colonne sonore (La La Land, Il favoloso mondo di Amelie) e frammenti di film e videogiochi cinesi. Sembra una paraculata, è un metodo: i giovani, dice Lang Lang, hanno una soglia d’attenzione bassa e la musica classica la ascoltano al massimo per uno due minuti nei reel di Tik Tok, bisogna accostarli così. Capita la lezione? Nessun atteggiamento reverenziale per la musica classica, niente frac e papillon, molte libertà: è un immenso giacimento che ti fa fare le faccette quando lo suoni, che bello, ma è anche roba di ieri. Una tigre di carta, avrebbe detto Mao. Da suonare in sneaker e t-shirt, senza paura. Dello stesso avviso la collega Juya Wang, trentanovenne di Pechino, pianista di vertiginosa bravura che si presenta in scena scollata, le braccia la schiena e le gambe scoperte, su tacchi altissimi. E nei bis si prende libertà assolute (e assai divertenti per chi le ascolta), per esempio con una Marcia turca di Mozart mandata allegramente a gambe all’aria.
La Cina, che sembra formalissima, si veste da informale. Parlano tutti del K-pop, la musica coreana che spopola anche da noi, senza accorgersi che il C-pop (più esattamente il Mandopop in mandarino e il Cantopop in cantonese) muove miliardi e fa centinaia di milioni di visualizzazioni. Provate a fare un’immersione di qualche ora su Spotify, e vi accorgerete che da quelle parti esiste un universo. La diva del pop cinese si è ribattezzata G. E. M., acronimo di Get Everybody Moving. Gloria Tang Sze-Wing, questo il vero nome, hongkonghese e cattolica, sulla scena dal 2008, è una diva della “grande Cina”, popolare anche a Taiwan e nelle comunità cinesi di Singapore e Malaysia. Fuori, si è esibita anche a Wembley e ai Mtv Awards, e Forbes e la Bbc l’hanno citata tra le cinesi più influenti. A sentirla cantare, sembra una Taylor Swift in salsa orientale, con una musica fortemente occidentalizzata. Una resa all’Occidente o una forma di mimetismo difensivo-aggressivo (impara da loro: copiali e poi fai meglio di loro)? Di certo la voglia di varcare i confini asiatici c’è: è recente un suo album in spagnolo, bersaglio l’America Latina. E il suo appeal commerciale è forte: Light years away su YouTube ha 300 milioni di visualizzazioni, il suo tour del 2023-2024 con 86 date ha guadagnato 424 milioni di dollari, il quarto tour femminile di tutti i tempi, prima di lei soltanto Taylor Swift, Pink e Beyoncè, dietro di lei anche Madonna.
Dietro tutto questo, ovvio, c’è tanta tecnologia. Un miliardo di cinesi hanno i telefonini, circa 270 milioni sono abbonati a una piattaforma di intelligenza artificiale generativa. Nascono così i microvideo di Tik Tok che hanno invaso il mondo, nuovi format come i micro-drama che durano da due a un massimo di dieci minuti e si guardano sullo smartphone perché non c’è tempo da perdere, nuove app come Si-Le-Ma (alla lettera: “Sei morto?”) in cui se i solitari non premono un tasto ogni due giorni scatta l’allarme, nuove dive frutto di una tolleranza insolita a quelle latitudini. Come la ballerina e coreografa (e testimonial di Dior) Jin Xing, la prima diva transgender a cui il governo ha permesso il cambiamento di sesso, che ha uno show televisivo tutto suo. La Cina insomma, è o si finge ggiovane. “Arrivano i cinesi, arrivano nuotando” cantava tanto tempo fa Bruno Lauzi. Arrivano nuotando sulle onde del web.