Cattivissima me
di Camilla Tagliabue

Sruzzo, anzi no: Einaudi ha perso la linea

Problemi di linea. Eppure non c’entrano la prova costume, la metro interrotta, i disservizi della telefonia o quelli di Trenitalia: in casa Einaudi hanno smarrito l’orientamento politico-culturale. Non ce n’è uno lì (Croce) che stigmatizzi “la propaganda bolscevica” o un altro (Vittorini) che si rifiuti “di suonare il piffero della rivoluzione”. L’editore fa lo Struzzo non sapendo più che linea pigliare, e quindi van bene tutte: ad esempio, poco dopo Son qui: m’ammazzi di Francesco Piccolo – una singolare apologia del patriarcato nelle Belle Lettere e quindi del maschilismo precipitato su lettori e scrittori –, Einaudi pubblica Il padre sulle spalle. Debolezza del patriarcato in letteratura di Giorgio Ficara. Ma il patriarcato è o no tòpos letterario? Tròpo intellettuale, tòpo di biblioteca?… Che si mettessero d’accordo, anziché lamentarsi dell’esclusione dalla finale dello Strega dopo nove anni di presenza prezzemolina e un quarto di secolo punteggiato di vittorie (sette). Anche sul fronte caldo del genere, femminismo in primis , Via Biancamano s’è persa per strada: da un lato, continua a sfornare inediti di Michela Murgia – benché l’ultimo, Anna della pioggia, stenti a decollare –; dall’altro, licenzia romanzi di Antonio Pascale (sia chiaro: eccelso) decisamente scorretti, tra “questo si è arricchiunito” e “stamm’ tutti a pesce intostato. Che significa ‘a cazzo duro’”. Cose umane. Troppo umane: ah no, quello è il Nietzsche sgradito a Giulio &C. Quando ancora l’Einaudi aveva un’identità e una linea da seguire. Che non era quella del tram.

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